Raffaele Resta

La tecnologia educativa si occupa sia dell’hardware che del software. È molto essenziale che gli studenti sviluppino il loro apprendimento e migliorino le loro prestazioni. Utilizzando il processo tecnologico che possono sviluppare. È anche descritta come la tecnologia didattica ed è affidabile. Il contenuto che viene dato per l’apprendimento nel modulo di contesto può essere educato per mezzo di processo teorico e algoritmico. Attraverso l’educazione tecnologia educativa può essere integrato nella tecnologia per mezzo di modo positivo. Esso conduce alle diverse nell’ambiente di apprendimento e fare gli studenti di utilizzare le loro conoscenze e imparano a utilizzare la tecnologia, così come gli incarichi.

Per l’apprendimento e l’insegnamento, la tecnologia educativa agisce come uno strumento materiale che supporta nell’apprendimento e anche nell’insegnamento. Agli studenti viene dato il coaching online che viene fatto nell’apprendimento in aula. Il termine chiamato tecnologia educativa è utilizzato per la prima volta dagli Stati Uniti. Un tecnologo educativo nella mia azienda ha utilizzato per progettare, implementare e valutare il processo e gli strumenti al fine di migliorare l’apprendimento.

Nella società ora un giorno moderna tecnologia educativa che si basa sulla elettronica svolge un ruolo importante. Tecnologia dell’informazione e della comunicazione, tecnologia di apprendimento multimediale e tecnologia di apprendimento, ecc può essere incluso dalla tecnologia di istruzione. L’istruzione digitale diversa ha caratteristiche diverse. In pratica, la tecnologia è stata avanzata e il termine apprendimento virtuale implica la simulazione ambientale per il trattamento del disturbo da stress post-traumatico. L’apprendimento virtuale non può essere insegnato in Aula ma attraverso la modalità sostitutiva. Si riferisce all’apprendimento a distanza e può essere consegnato con metodi diversi per mezzo di risorse multimediali, applicazioni di gestione del corso e videoconferenze. L’educazione virtuale fornisce il numero di opportunità nell’apprendimento come i giochi, dando maggiori opportunità agli studenti di imparare il contenuto in situazioni autentiche.

Il contenuto può essere studiato attraverso l’apprendimento adattivo tramite l’interfaccia individualizzata e strumenti di materiale. La persona riceve l’istruzione differenziata che apre la strada all’apprendimento digitale. Questa opportunità di apprendimento è offerta nei diversi luoghi e in vari momenti è chiamato come apprendimento intelligente. Il concetto di Smart City è l’apprendimento intelligente e offre molte opportunità di lavoro.

I bambini e le persone possono imparare molto più facile, più veloce e più accurato con meno spese e può essere ricondotto ai primi strumenti di apprendimento. Per i bambini vengono utilizzati diversi metodi di apprendimento dell’abaco. I mezzi di comunicazione utilizzati per gli scopi didattici appartengono al decennio del XX secolo.

Politiche di tutela degli ecosistemi marini nell’area mediterranea

Oggi l’umanità si trova dinnanzi ad una sfida complessa e globale che riguarda il rapporto uomo-natura e le modalità di interazione uomo-ambiente nel quadro di due tematiche fondamentali: l’economia e l’ecologia, lo sviluppo sostenibile e quello economico.

Il nuovo concetto di uno sviluppo che garantisca i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere il soddisfacimento di quelli delle generazioni future[1], affacciatosi nel panorama politico internazionale a partire dagli anni Ottanta, comporta una nuova consapevolezza finalizzata ad adottare decisioni politiche, strategie ed azioni adeguate per utilizzare, mantenere e tramandare le risorse disponibili alle future generazioni, riducendo progressivamente gli impatti sull’ambiente che potrebbero rappresentare una minaccia per la posterità[2].

In questa prospettiva, l’ambiente marino costituisce un capitale prezioso in quanto elemento indispensabile alla vita sulla terra nonché importante fattore di prosperità economica, benessere sociale e qualità della vita. Le problematiche relative alla utilizzazione ed alla tutela degli ecosistemi marittimi in prospettiva sinergica e sostenibile, solo recentemente sono state attenzionate a livello internazionale, comunitario e nazionale, essendo stato il diritto internazionale marittimo tradizionalmente dominato dal principio della libertà dei mari, che negava la possibilità ai singoli Stati di impedire o intralciare l’utilizzazione degli spazi marini da parte degli altri Stati e delle comunità che da altri Stati dipendono, col solo limite rappresentato dalla pari libertà altrui[3].

In contrapposizione al principio della libertà dei mari si è sempre, tuttavia, manifestata la pretesa degli Stati di assicurarsi un certo controllo delle acque adiacenti alle proprie coste, ma tale principio ha avuto la meglio sul principio di libertà dei mari solo alla fine del secolo scorso, quando la tendenza si è invertita ricevendo una tutela nel diritto internazionale senza precedenti. La valenza geopolitica, geoeconomica e geostrategica delle acque territoriali, riconosciute sin dal Settecento come spazio vitale per la difesa del territorio, ha visto il diffondersi del concetto di mare territoriale  prima nella prassi, ma solo nel periodo postbellico ha ricevuto sistemazione con estensione dei poteri dello stato costiero, attraverso la generale accettazione della dottrina presentata dal Presidente Truman nel famoso proclama del 1945 sulla piattaforma territoriale, che rivendicava il controllo degli Stati Uniti sulle risorse della piattaforma continentale[4].

La  Proclamation del Presidente USA diede inizio ad una serie di rivendicazioni di sovranità in mare aperto, soprattutto da parte dei paesi latino americani ed in via di sviluppo, che, a partire dagli anni Ottanta, determinarono l’orientamento della prassi a favore del nuovo istituto introdotto dalla Convenzione di Montego Bay nel 1982 e costituito dalla Zona Economica Esclusiva, estesa fino e 200 miglia marine dalla costa[5]. Ma le pretese non si sono fermate qui: alcuni Stati come il Cile, l’Argentina e il Canada hanno cominciato a dichiarare di voler tutelare il loro interesse in materia di conservazione della specie ittica in alto mare anche al di là delle rispettive Zone Economiche Esclusive; si è a tal punto, coniato un nuovo termine, il c.d. mare presenziale, per indicare appunto la necessità della presenza dello Stato costiero ai fini della lotta contro la depredazione della fauna marina. Sebbene questo istituto abbia incontrato fino ad oggi l’opposizione degli altri Stati, nulla vieta che in futuro potrebbe ricevere un eventuale riconoscimento.

Nel quadro di uno sviluppo sostenibile unitario ed integrato nelle sue componenti ecologiche, economiche e sociali, rientrano le Zone di Protezione Ecologica che si caratterizzano per la specificità dell’obiettivo che perseguono; tali aree rappresentano zone sottoposte al potere di governo dello Stato costiero cui spetta, tra l’altro, di controllare e reprimere quei fenomeni di inquinamento provocati anche dalle navi straniere in violazione della normativa interna ed internazionale a tutela dell’ ambiente marino. Se si considera  che nel Mar Mediterraneo transita una notevole parte del traffico marittimo internazionale e di quello petrolifero mondiale, è evidente come la creazione di Zone Ecologiche produca il risultato di estendere al di là dei limiti esterni del mare territoriale, poteri di prevenzione e di repressione, determinando, dunque, uno standard di tutela molto alto in linea con la strategia per l’ambiente marino previsto dall’Unione Europea[6].

L’istituzione di Zone di Protezione Ecologica rientra nell’esercizio dei diritti concessi dalla Convenzione di Montego Bay allo Stato costiero nella Zona Economica Esclusiva[7]; la maggior parte degli Stati che hanno proclamato l’istituzione di Zone di Protezione Ecologica, hanno istituito zone di sovranità funzionale ove esercitare poteri finalizzati prevalentemente alla protezione dell’ambiente marino, considerando tale tipo di protezione preminente rispetto ad altri, vista la frequenza e la gravità delle conseguenze ambientali degli incidenti navali che si verificano nelle acque internazionali, ed il fatto che tali incidenti hanno molto spesso luogo al di fuori delle acque internazionali ove è impossibile allo stato costiero qualsiasi intervento sanzionatorio.

La lotta all’inquinamento marino, infatti, non può trovare adeguati strumenti se non fondati su una stretta cooperazione internazionale; per tali ragioni la Convenzione di Montego Bay, che definisce il regime giuridico di tutti gli spazi marini e dell’insieme delle attività che si svolgono in essi, dedica all’argomento più di quaranta articoli, stabilendo a  carico dei singoli Stati l’obbligo di proteggere e preservare l’ambiente marino, pur conciliando lo stesso con il diritto sovrano di ogni Stato a sfruttare le proprie risorse naturali. Lo stato costiero preferisce un’istituzione progressiva, per aree di interesse, di più Zone di Protezione Ecologica intorno alle proprie coste piuttosto che l’istituzione di un’unica zona, il che permette alle autorità governative di modulare la creazione delle zone di protezione ecologica alla luce del maggiore o minore rischio ambientale dei diversi tratti di mare, correlato all’intensità del traffico navale, al particolare habitat di una certa zona costiera o alla specificità di un determinato ecosistema marino.

a vita marina deve essere protetta poiché molti degli esseri viventi acquatici sono sull’orlo dell’estinzione. L’inquinamento deve essere controllato. I rifiuti industriali confluiscono direttamente sull’oceano, che è il fattore principale alla base della morte di varie vite Marine.  Ho pensato a questo problema e i passi dovrebbero essere presi da singoli per contribuire all’ambiente marino.

La protezione dell’ambiente marino che si intende garantire con l’istituzione di ZPE, appare superiore se si considera che il rischio di ingenti danni ecologici dovuti allo scarico accidentale o volontario di sostanze inquinanti, è reso più elevato dalla facile concessione di bandiere cosiddette di convenienza da parte di Stati i cui standards normativi in materia di sicurezza ambientale sono spesso bassi; soluzioni del genere eliminano, infatti, il relativismo soggettivo proprio della protezione degli ecosistemi in alto mare, raggiungendo non solo l’obiettivo di rafforzare la tutela, ma anche di non incidere fortemente sulla libertà di navigazione, garantendo, altresì, l’imposizione coattiva ad ogni persona fisica e ad ogni nave che si trovi in queste zone, di standards di sicurezza ambientali derivanti non solo dalle normative di diritto interno, ma anche dal diritto comunitario e dal diritto internazionale.

Nel Ho pensato a questoediterraneo, l’istituzione di Zone di Protezione Ecologica si è avuta per la prima volta in Francia ove, con la legge 2003/306, si è provveduto alla creazione di una ZPE che estende i diritti e la giurisdizione dello Stato in materia di protezione e preservazione dell’ambiente marino, ricerca scientifica, installazione ed utilizzazione di isole artificiali, impianti e strutture, nel limite delle 188 miglia marine dalle linee di base da cui viene misurata la larghezza del mare territoriale, fornendo una nuova arma giuridica per una lotta più efficace contro le petroliere che inquinano[8].

La legge non conferisce alla Francia diritti sovrani nella zona considerata, ma attribuisce poteri funzionali ai fini dell’attuazione e dell’imposizione coattiva del rispetto delle disposizioni sulla tutela dell’ambiente marino di cui alla parte XII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e di cui alla Convenzione MARPOL 1973/78 per la prevenzione dell’inquinamento marino ed aereo delle navi[9].

La Convenzione internazionale sulla prevenzione dell’inquinamento causato dalle navi, rappresenta uno dei fanti della legislazione marina internazionale e tra le più importanti convenzioni ambientali; promulgata al fine di minimizzare l’inquinamento del mare, ha come obiettivo la conservazione degli ecosistemi marini attraverso l’eliminazione completa di inquinamento da olio e da altre sostanze nocive e la minimizzazione di scarico accidentale di tali sostanze. Le navi da crociera con bandiera di uno dei paesi firmatari devono essere conformi ai relativi requisiti, senza riguardo a dove navigano, e lo Stato che la nave visita può condurre il proprio esame per verificare la conformità della nave a campioni internazionali, con facoltà di ritenere la nave qualora riscontri un significativo non compliance.

In Italia l’istituzione di Zone di Protezione Ecologica è prevista dalla legge 8 febbraio 2006 n. 61[10], che ne stabilisce la creazione a partire dal limite esterno del mare territoriale e fino ai limiti concordati attraverso intese con gli altri Stati limitrofi. In queste nuove aree di tutela l’Italia può esercitare la sua giurisdizione per la salvaguardia dell’ambiente marino, applicando criteri di protezione anche sul patrimonio storico, culturale ed archeologico, conformemente a quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e dalla Convenzione Unesco del 2001 sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo.

Entro le Zone di Protezione Ecologica si applicano, anche nei confronti delle navi battenti bandiera straniera, le norme del diritto italiano, del diritto comunitario e dei trattati internazionali in vigore per l’Italia, in materia di prevenzione e repressione di tutti i tipi di inquinamento marino, ivi compresi l’inquinamento da navi e da acque di zavorra, l’inquinamento da immersione di rifiuti, l’inquinamento da attività di esplorazione e di sfruttamento dei fondi marini e l’inquinamento di origine atmosferica, nonché in materia di protezione dei mammiferi, della biodiversità e del patrimonio archeologico e storico[11].

La differenza fondamentale tra la Zona Economica Esclusiva e le  Zone di Protezione Ecologica consiste nello sfruttamento esclusivo delle risorse; infatti, l’istituzione della zona ecologica consente allo Stato italiano solo l’esercizio dei poteri finalizzati alla tutela dell’ambiente marino e dell’eventuale patrimonio archeologico sommerso, ma non quelli necessari per assicurare lo sfruttamento esclusivo delle risorse della pesca (articolo 2 della legge 61/06).

La finalità della legge non è solo la tutela del Mare Mediterraneo ed in particolare del Mare Adriatico, considerate le caratteristiche geografiche ed oceanografiche che rendono l’ecosistema particolarmente delicato ed esposto al danno causato dall’intenso traffico mercantile che vi si effettua, ma anche quella di porre l’Italia in una condizione di parità con gli altri Stati mediterranei che hanno già provveduto ad istituire delle zone di tutela oltre il limite del proprio mare territoriale. Centrali rimangono, comunque, le esigenze di tutela del delicato ecosistema marino del mare nostrum[12]; la particolarità di questo mare semi-chiuso, di fatto impone agli Stati costieri di collaborare tra loro sia per lo sfruttamento che per la tutela delle risorse; in tal senso continua ad avere rilevanza preminente la Convenzione di Barcellona del 1976/95 con i vari protocolli; per l’Italia, inoltre, è particolarmente importante l’accordo con la Francia ed il Principato di Monaco circa l’istituzione del Santuario dei Cetacei nel mar Ligure.

Dal momento che le Zone di Protezione Ecologica, pertanto, sono assimilabili ad aree particolarmente sensibili in cui è necessario aumentare il grado di tutela ambientale, nel procedimento di istituzione delle predette zone può essere  utile seguire la risoluzione IMO A. 927(22),  che stabilisce come l’individuazione delle aree da sottoporre a tutela  debba essere effettuata tenendo in considerazione non solo criteri ecologici e scientifici ma anche economici, sociali e culturali, oltre che l’intensità del traffico marittimo e gli aspetti idrografici naturali. Nelle Zone di Protezione Ecologica non sarà ammissibile il rilascio volontario di rifiuti (dumping) senza il preventivo consenso dello Stato italiano; ciò è reso ancora più attuale dalla ratifica, con la legge 13 febbraio 2006 n. 87, del protocollo 1996 alla Convenzione del 1972 sulla prevenzione dell’inquinamento dei mari causato dall’immersione dei rifiuti.

La legge 61/06 fa, altresì, espresso riferimento all’inquinamento causato dalle acque di zavorra, la cui discarica è disciplinata dalla Convenzione MARPOL.

Le Zone di Protezione Ecologiche, come stabilito dal Codice della Navigazione, non riguarderanno l’attività di pesca; tale affermazione di principio è comprensibile in quanto l’istituzione unilaterale nazionale anche di semplici zone di protezione delle attività di pesca o di eventuali zone di ripopolamento, avrebbe causato l’infrazione all’obbligo di cooperazione in materia di svolgimento di attività alieutiche tra Stati appartenenti all’Unione Europea[13]. Nonostante ciò, molte delle misure adottate sono finalizzate ad una disciplina della pesca che sia in sintonia con la conservazione, la gestione e lo sfruttamento sostenibile delle risorse alieutiche comunitarie, previste dalla normativa dell’Unione Europea per una politica che abbia un impatto minimo sulle specie marine e gli ecosistemi marittimi[14]. Essendo, tuttavia, particolarmente sottile il confine tra tutela dell’ambiente e disciplina dell’attività di pesca, sarebbe auspicabile che tale complesso aspetto venisse trattato e  approfondito dal decreto di istituzione delle singole Zone di Protezione Ecologica.

A seguito dell’adozione della legge 8 febbraio 2006 n. 61, l’Italia percorre il cammino della protezione ecologica a passo sempre più spedito; con il decreto legislativo 9 novembre 2007 n. 205, è stata attuata la direttiva 2005/33/CE in relazione al tenore di zolfo dei combustibili per uso marittimo, che vieta l’immissione sul mercato di gasoli e oli diesel con tenore di zolfo superiore alle percentuali stabilite; la violazione del divieto è fatta valere anche nei confronti delle navi non battenti bandiera italiana, che hanno attraversato una di tali aree incluse nel territorio italiano o con esso confinanti e che si trovano in un porto italiano.

Nel 2010, il Consiglio dei Ministri ha varato, su proposta del Ministro dell’Ambiente, due provvedimenti in materia di difesa degli ecosistemi marini. Il primo, con l’obiettivo di prevenire scarichi di sostanze inquinanti in acque internazionali ma contigue alle coste italiane, dispone l’istituzione di ZPE a partire dal limite esterno del mare territoriale italiano entro le quali saranno applicate tutte le misure di prevenzione e repressione dell’inquinamento marino, nonché di protezione dei mammiferi, della biodiversità e del patrimonio archeologico e storico. L’area interessata al provvedimento è un ampio tratto di mare, fra cui la zona dell’alto Tirreno e del mar Ligure sui cui insiste anche il Santuario dei Cetacei, nella parte nord del Mediterraneo, di cui si è fatto accenno[15].

Il secondo provvedimento è un decreto legislativo di recepimento della direttiva europea 2008/56 che istituisce un quadro per l’azione comunitaria nel campo delle politiche per l’ambiente marino, ed impone agli Stati membri di raggiungere entro il 2020, sulla base di un approccio ecosistemico, il buono stato ambientale per le proprie acque marine.

Per il raggiungimento di tali scopi, ogni Stato membro deve mettere in atto, per ogni regione o sottoregione marina, una strategia che consta di una fase di preparazione e di un programma di misure.  Il provvedimento rappresenta una strategia per combattere l’inquinamento, che consentirà di raggiungere un equilibrio dinamico tra un buono stato ambientale delle acque marine e uno sviluppo sostenibile, al fine di ridurre od eliminare le pressioni e gli impatti connessi a tutte le politiche e tematiche settoriali suscettibili di provocare effetti sull’ambiente marino, quali, ad esempio, la politica della pesca, la politica agricola ed i trasporti.

A tal proposito, la strategia per l’ambiente marino  dell’Unione Europea, delinea i principi comuni in base ai quali gli Stati membri devono elaborare, nell’ambito delle regioni marine identificate ed in collaborazione con gli Stati membri e gli Stati terzi presenti all’interno delle suddette regioni, le proprie strategie per il raggiungimento di un buono stato ecologico nelle acque marine di cui sono responsabili, per perseguire gli obiettivi comuni di protezione e risanamento dei mari europei, e di correttezza ecologica delle attività economiche connesse all’ambiente marino, suddividendo le acque marine europee in tre regioni: il Mar Baltico, l’Atlantico nord-orientale e il Mar Mediterraneo. Fondamentale è, innanzitutto, la valutazione dello stato ecologico delle acque e dell’impatto delle varie attività umane effettuata dai singoli Stati, che include un’analisi delle caratteristiche essenziali di tali acque, un’analisi degli impatti e delle pressioni principali, quali la contaminazione causata da prodotti tossici, l’eutrofizzazione, il soffocamento degli habitat dovuti a costruzioni ed, infine, un’analisi socioeconomica dell’utilizzo di queste acque e dei costi del degrado dell’ambiente marino[16].

 

Rompendo gli indugi che avevano frenato l’adozione di iniziative in campo marittimo, l’Italia, dunque, sospinta dall’Europa, ha finalmente imboccato la via della protezione ecologica dei mari di propria giurisdizione. Il nostro paese si è infatti candidato ad assumere un ruolo guida, nel Mediterraneo, ad esempio, per la regolamentazione delle attività petrolifere offshore[17], tornando a distanza di molti anni sulla scena marittima mediterranea assieme alla Francia, che condivide le stesse priorità ambientali; avremo quindi, nel Tirreno centrale, un’area in cui, sulla base della Legge n. 61/2006, l’Italia eserciterà giurisdizione in materia di conservazione dell’ambiente marino, compreso il patrimonio archeologico, in conformità alla Convenzione di Montego Bay ed alla Convenzione di Parigi del 2001 sulla protezione del patrimonio culturale. L’estensione di questa prima ZPE sarà limitata ad un’area che si mantiene al di qua della ipotetica linea mediana con la Francia e la Spagna, e che non si estende a sud della Sardegna e della Sicilia, non interferendo, quindi, con aree teoricamente spettanti ad Algeria e Tunisia.

 

Il nostro paese, anche se giunto al traguardo della Zona di Protezione Ecologica con un provvedimento unilaterale e provvisorio, mostra una solida alchimia con la Francia in materia di protezione dell’ambiente marino, tant’è che i due paesi, dopo il vertice bilaterale del 9 aprile 2010, hanno emesso una Dichiarazione d’intenti sul parco marino italo-francese delle Bocche di Bonifacio, con cui si sono impegnati a rilanciarne la creazione, valutando anche la possibilità, compatibilmente con il regime internazionale di transito vigente nelle Bocche, di evitare i rischi derivanti dal passaggio nello stretto di certe categorie di navi[18].

 

Se nel Tirreno centro-settentrionale la tutela ecologica si avvia, dunque, a diventare una realtà, non altrettanto può dirsi per il Mediterraneo centrale; nessuno Stato nord africano ha proclamato ZPE né lo ha fatto Malta, pur avendo in qualche modo ampliato la sua giurisdizione marittima con una legge del 2005.

 

Dall’Italia è stata avanzata la proposta, presentata agli Stati membri dell’Unione, di adottare, tra tutti i paesi mediterranei, una moratoria delle attività offshore, tenendo conto dell’elevato numero di piattaforme estrattive già operanti[19]. L’iniziativa italiana, orientata com’è alla realtà delle relazioni mediterranee, non può ovviamente non tener conto dell’interesse francese; la Francia, da parte sua, non può rinunciare a questa opportunità, considerando anche il suo tradizionale impegno internazionale nel settore dell’ambiente marino. Dunque i due paesi possono realmente giocare un ruolo leader in un campo che è scevro di controindicazioni politiche, ma che presenta rilevanti implicazioni economico-finanziarie.

 

Va ricordato, tuttavia, che uno strumento giuridico per far fronte alle eventuali emergenze esiste, ma non è ancora attivo; si tratta del Protocollo di Madrid del 1994 sulla Protezione del Mediterraneo contro l’inquinamento da attività offshore facente parte del Sistema di Barcellona ed incentrato, nell’ambito del Piano di azione per il Mediterraneo, sulla protezione dall’inquinamento; il Protocollo, sinora ratificato da Tunisia, Marocco, Cipro e Libia, stabilisce proprio gli adempimenti necessari a fronteggiare qualsiasi emergenza, come misure di sicurezza e piani di contingenza, nonché la mutua collaborazione tra gli Stati aderenti e l’assunzione di responsabilità da parte degli operatori commerciali anche mediante specifica copertura assicurativa.

 

La Convenzione di Barcellona del 1976, è stata adottata proprio allo scopo di fornire uno strumento giuridico per l’attuazione del Piano di azione per il Mediterraneo adottato a Barcellona nel 1975[20]. Tale Piano, nelle modifiche apportate nel 1995, estende il campo di applicazione dalla sola lotta all’inquinamento a finalità generali: garantire una gestione durevole delle risorse naturali, marine e terrestri; proteggere l’ambiente marino e le zone costiere prevenendo l’inquinamento, riducendo e, se possibile, eliminando gli apporti di inquinanti di qualsiasi natura; tutelare gli ecosistemi e salvaguardare e valorizzare i siti ed i paesaggi d’interesse ecologico o culturale; rafforzare la solidarietà tra gli Stati rivieraschi del Mediterraneo, gestendo il loro patrimonio comune e le loro risorse a vantaggio delle generazioni presenti e future; contribuire al miglioramento della qualità della vita.

 

La necessità di una stretta cooperazione fra gli Stati e le organizzazioni internazionali che li concerti a livello regionale e locale, rappresenta un nuovo modus operandi per il conseguimento di risultati soddisfacenti in termini di protezione, preservazione e conservazione. La Convenzione riprende del pari la definizione d’inquinamento dettata dalla Convenzione di Montego Bay, puntualizzando come, con il termine di inquinamento, debba intendersi l’immissione diretta o indiretta da parte dell’uomo, di sostanze o di energia nell’ambiente marino, quando essa produce effetti nocivi come danni alle risorse biologiche, rischi per la salute dell’uomo, impedimento alle attività marittime ivi compresa la pesca, alterazioni della qualità dell’acqua di mare dal punto di vista della sua utilizzazione e degradazione dei valori massimi di concentrazione ammissibile, fornendo, dunque, un campus operativo piuttosto ampio e completo in cui rientrano la disciplina sulle acque di balneazione e le attività di pesca e sfruttamento delle risorse.

 

Gli obblighi dettati dalla Convenzione di Barcellona si riassumono nel dovere plenario e diffuso di adottare tutte le misure appropriate volte a prevenire, ridurre e combattere l’inquinamento del Mar Mediterraneo o quantomeno migliorarlo; gli interventi ed i piani operativi d’attuazione devono necessariamente interessare ogni partecipante individualmente e congiuntamente, in un’ottica bilaterale e multilaterale. La convenzione che si trasfigura operativamente nel Piano d’azione per il Mediterraneo, ha come obiettivi principali quelli di assistere gli Stati mediterranei nell’attività di controllo dell’inquinamento marino, nell’attuazione di politiche protezionistiche, nel miglioramento della capacità dei governi di trovare soluzioni plausibili ed alternative al fine di ottimizzare lo sfruttamento delle risorse disponibili garantendo contemporaneamente la biodiversità degli ecosistemi marini del Mediterraneo[21].

 

Come esempio della transcalarità della tutela ecologica in prospettiva sostenibile, nel settembre del 2010 è stato lanciato il progetto “Cooperazione delle reti ecologiche nel Mediterraneo – Co.R.E.M.”, organizzato dall’Assessorato Regionale della Difesa dell’Ambiente della Regione Sardegna  e dedicato al tema della cooperazione all’interno della Rete ecologica dei territori di Corsica, Liguria, Sardegna e Toscana. Co.R.E.M. si propone di tutelare e valorizzare il patrimonio naturalistico e la biodiversità della rete ecologica, mirando a ridurre la pressione e le minacce sulle risorse ambientali ed a favorire un adeguato utilizzo sociale, economico e sostenibile delle stesse, grazie al coinvolgimento ed alla sensibilizzazione dei cittadini e delle imprese. Per questo si è deciso di sfruttare la creazione di reti di cooperazione transfrontaliera, per la condivisione e lo scambio di metodologie di lavoro e buone prassi gestionali che consentano ai partner di progetto di migliorare la propria capacità di pianificazione integrata delle politiche e degli strumenti di gestione della Rete Ecologica.

 

Un approfondimento merita lo Stretto di Sicilia, dove le numerose trivellazioni contribuiscono a rendere quest’area estremamente fragile elevando i rischi ambientali che potrebbero derivare da possibili incidenti; questo tratto di mare, inoltre, è soggetto ad elevato rischio sismico, fattore che aumenta ulteriormente la sua fragilità ed i pericoli a cui l’intera area potrebbe andare incontro. A rendere ancora più preoccupante una ipotesi di questo genere è che un eventuale incidente, anche di dimensioni minori, avrebbe effetti devastanti per l’intero ecosistema di quella parte di Mediterraneo con un effetto domino in gran parte di esso.

 

Lo Stretto di Sicilia é oggi unanimamente considerato il principale hotspot della biodiversità mediterranea; in questo tratto di mare tra Sicilia, Malta, Libia e Tunisia sono presenti tutte le specie marine protette del Mediterraneo, ed esso rappresenta anche la più importante zona di pesca di specie di grandi dimensioni. Un ruolo essenziale, unico ed irreplicabile per la biodiversità e la produttività biologica dello Stretto di Sicilia, è dovuto ai banchi o bassifondi (Graham, Skerchi, Avventura, Talbot, Terribile, Alluffo, banco di Pantelleria, ecc.) che rappresentano ambienti fragili ma indispensabili alla diversità biologica ed alla produttività dell’intera area. In particolare, i banchi del Canale di Sicilia costituiscono un ecosistema di straordinaria rilevanza ecologica; a ciò si aggiunga che la loro fruizione ricreativa e culturale può rappresentare una prospettiva rilevante di didattica ambientale, di offerta sostenibile del paesaggio sommerso fruibile sia dal turismo subacqueo che, attraverso sistemi di visione remota, da una utenza diffusa. Dalle condizioni dello Stretto di Sicilia dipende, inoltre, come anticipato, l’equilibrio di tutto il Mediterraneo[22]; per questo motivo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la protezione dell’ambiente (UNEP), in un meeting svoltosi ad Istanbul promosso dal Piano di Azione Mediterraneo, ha indicato lo Stretto di Sicilia come Zona di Protezione ai sensi della Convenzione di Barcellona, specificandone, con apposite mappe, anche i siti ed i limiti delle aree dello Stretto su cui va prevista la tutela ambientale.

 

Riconoscendone l’elevato valore ambientale, sia l’Italia che la Tunisia, in cui ricadono molte delle aree proposte a protezione, hanno firmato la Convenzione di Barcellona già dal lontano 1979;  nel versante italiano, inoltre, si nota una presa di posizione da parte di amministrazioni locali ed il sorgere in modo spontaneo di comitati di cittadini che rivendicano il diritto alla salvaguardia di questo tratto di mare e l’attuazione di quelle norme di tutela.

 

Diversi paesi che vedono tratti di mare interessati, hanno avviato procedure per tradurre in normative concrete questo riconoscimento di importanza ambientale e per rendere efficace il livello di protezione. Tra questi, Francia e Spagna hanno espresso la disponibilità a collaborare per la tutela del Golfo del Leone, oltre che proporre per quest’area una dichiarazione di SPAM (Area Protetta Speciale di Interesse Mediterraneo), un analogo marino alle aree continentali della Rete Natura 2000; la Slovenia ha invitato i paesi che si affacciano all’Adriatico a varare misure coordinate ed unitarie allo scopo di definire una SPAM in questa regione.

 

La protezione ambientale del Mare Adriatico, come anticipato, è uno dei problemi principali del Mediterraneo, essendo il suo bacino troppo chiuso e poco profondo per continuare ad assorbire i grandi inquinamenti ed una pesca industriale incontrollata, aggravati dal riscaldamento globale; i danni maggiori vengono dall’Italia, che scarica in questo mare gli inquinanti prodotti dagli abitanti del bacino del Po e mantiene flotte da pesca troppo numerose, che saccheggiano anche le acque territoriali della Croazia con sconfinamenti che spesso creano tensioni ed incidenti. La Croazia, di conseguenza, ha iniziato a difendere da sola l’Adriatico e se stessa, istituendo una Zona di Protezione Ecologica e della Pesca (Protected Ecological and Fishing Zone) che include la metà delle acque internazionali, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. La mozione italiana propone, a tal proposito, l’istituzione di un fondo mirato alla copertura dei costi di intervento e di ripristino ambientale in caso di inquinamento del mare o delle coste dovuto a incidenti, ed un codice per la tutela e lo sviluppo del Mediterraneo che impegni operatori ed istituzioni ad un minimo comune denominatore di regole di salvaguardia; essa mira, in particolare, a dare impulso in sede euro-mediterranea, ad una comune strategia con gli altri paesi del bacino affinchè non rilascino nuove autorizzazioni, ed a promuovere, attraverso dei protocolli, un’apposita normativa di sicurezza ambientale, estendendo il regime delle responsabilità per danni anche ai proprietari ed ai destinatari dei carichi inquinanti.

 

Di grande significato, è stata la firma a Roma, il 18 febbraio 2009 del  protocollo d’intesa tra l’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima (EMSA) ed il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di porto per la gestione, il regolare funzionamento e la manutenzione del server regionale del sistema AIS (Automatic Identification System) del Mediterraneo, essenziale strumento per il monitoraggio e lo scambio di informazioni, in tempo reale, del traffico navale. In sostanza, il sistema AIS consente di scambiare dati (fino a 20.000 tracce tra unità mercantili e pescherecci superiori a 15 metri in navigazione nel Mediterraneo) tra Bulgaria, Cipro, Grecia, Francia, Italia, Malta, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna e la sede di Lisbona della stessa Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima. Tale sistema deve essere considerato come il primo passo verso la realizzazione di una completa rete marittima mediterranea, nella quale coinvolgere non solo i Paesi dell’Unione Europea, ma tutti gli Stati che si affacciano su questo delicato bacino[23] ed un potente strumento offerto dall’Italia per favorire il dialogo e la cooperazione tra tutti i Paesi dell’area, che permette di dimostrare come la condivisione delle informazioni sia finalizzata al beneficio di tutti i membri coinvolti.

 

A livello internazionale lo scorso anno è stato ricco di fondamentali iniziative. Il 13 settembre 2010, infatti, il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato la decisione di ratifica del Protocollo sulla gestione integrata delle zone costiere (Integrated Coastal Zone Management – ICZM) nell’ambito della Convenzione di Barcellona; il Protocollo, che risale al gennaio 2008, è stato elaborato allo scopo di creare un quadro comune per favorire ed implementare la gestione integrata delle coste, tenendo in considerazione la salvaguardia delle aree di interesse ecologico e paesaggistico e l’uso razionale delle risorse naturali; in questo modo i problemi di degrado costiero nella zona mediterranea potranno essere affrontati in maniera più efficace.  A sostegno della gestione costiera integrata ed in particolare dell’attuazione del Protocollo ICZM, l’UE cofinanzia il progetto di ricerca PEGASO di durata quadriennale e, dunque, in scadenza nel 2014, che include 23 partner rappresentanti diversi Paesi del Mediterraneo e del Mar Nero.

 

Nel panorama internazionale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2010 Anno internazionale della biodiversità. Non si tratta di un caso: le parti contraenti della Convenzione sulla biodiversità, adottata al vertice ONU a Rio de Janeiro del 1992, hanno deciso di puntare su obiettivi ambiziosi proprio per il 2010. La convenzione, entrata in vigore il 29 dicembre 1993, che ha come obiettivi principali la conservazione della biodiversità, l’uso sostenibile degli elementi della biodiversità e la distribuzione equilibrata ed equa dei vantaggi e dei guadagni derivanti dall’uso delle risorse genetiche, rappresenta una pietra miliare nel diritto internazionale; per la prima volta, infatti, la conservazione della diversità biologica viene riconosciuta come esigenza comune dell’umanità e parte integrante dello sviluppo. Vista la rapida estinzione di specie e la perdita di habitat, in occasione del vertice mondiale dedicato allo sviluppo sostenibile tenutosi nel 2002 a Johannesburg, i paesi presenti si sono posti come obiettivo il sensibile rallentamento della perdita di biodiversità entro il 2010. I paesi europei invece hanno fatto un passo in più, impegnandosi non solo a rallentare la perdita di biodiversità, ma anche a fermare interamente questo processo entro il 2010 attraverso l’iniziativa Countdown 2010, lanciata dall’Unione mondiale per la conservazione della natura IUCN, con la partecipazione di governi, amministrazioni ed autorità,  e con ONG e privati che vigilano su questo impegno.

 

Tra le iniziative più significative vi sono le Particularly Sensitive Sea Areas (PSSA), aree che necessitano di una protezione speciale per la loro importanza socio-economica o scientifica o per ragioni ecologiche e che possono essere vulnerabili a danni da attività marittime internazionali[24]; i criteri per l’individuazione di aree marine particolarmente sensibili ed i criteri per la designazione di zone speciali non si escludono a vicenda.

 

Le linee guida sulla designazione di una “zona di mare particolarmente sensibile” (PSSA) comprendono criteri ecologici, come l’essere un ecosistema unico o raro, la diversità degli ecosistemi o la vulnerabilità alla degradazione da eventi naturali o attività umane, sociali, culturali, criteri economici, come l’importanza della zona come polo turistico, e criteri scientifici e didattici, come la ricerca biologica o di valore storico.

 

Quando un’area è riconosciuta come zona di mare particolarmente sensibile, misure specifiche possono essere adottate per controllare le attività marittime in quella zona, quali misure di organizzazione del traffico, una rigorosa applicazione delle operazioni di scarico previste dalla Convenzione MARPOL, nonché la necessità di apparecchiature per le navi, come l’installazione di Vessel Traffic Services (VTS).

 

Un’adeguata riflessione sulle problematiche ambientali degli ecosistemi marini, mette, dunque, in evidenza la necessità di azioni politiche transcalari per uno sviluppo sostenibile. La complessità dell’ecosistema, l’incremento demografico e la diminuzione delle risorse dimostrano, infatti, come solo attraverso azioni politiche congiunte degli organismi internazionali e di quelli nazionali e territoriali, è possibile creare un quadro politico-normativo efficiente per la realizzazione degli obiettivi della sostenibilità, nella triplice accezione di sostenibilità economica, ecologica e sociale.

 

Occorre dunque, in conclusione, moltiplicare gli sforzi per tradurre in azioni le strategie globali e gli strumenti legislativi internazionali, nell’ottica di una interrelazione tra globale e locale, che rappresenta la chiave per la risoluzione dei problemi che i delicati ecosistemi marini presentano.

 

 

 

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[1] Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo, Il futuro di noi tutti, Bompiani, Milano, 1999.

 

[2] Epasto S., Pianificazione e programmazione dello sviluppo sostenibile nelle politiche ambientali e settoriali  dell’Unione Europea, EDAS, Messina, 2008.

 

[3] Lizza G., Geopolitica, UTET, Torino, 2008.

 

[4]  Lizza G., Geopolitica, UTET, Torino, 2008.

 

[5] Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, in Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee del 23.06.08.

 

[6] Commissione delle Comunità Europee, Comunicazione al Consiglio e al Parlamento europeo, del 24 ottobre 2005, Strategia tematica per la protezione e la conservazione dell’ambiente marino..

 

[7] Leanza U., “L’Italia e la scelta di rafforzare la tutela dell’ ambiente marino: l’ istituzione di zone di protezione ecologica” in Rivista di diritto internazionale 2/2006, pag. 311.

 

[8] Loi n. 2003-306 du 15 avril 2003, in “CONSLEG” a cura dell’ Ufficio delle Pubblicazioni Ufficiali delle Comunità Europee, edizione del 13 Aprile del  2004.

 

[9] Convenzione MARPOL 73/78, da “CONSLEG” a cura dell’ Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità Europee,  edizione del 28 Maggio 1998.

 

[10] Legge 8 febbraio 2006 n. 61, Istituzione di zone di protezione ecologica oltre il limite esterno del mare territoriale,in Gazzetta Ufficiale  3 Marzo 2006 n. 52

 

[11] Leanza U., “L’Italia e la scelta di rafforzare la tutela dell’ ambiente marino: l’ istituzione di zone di protezione ecologica”, in Rivista di diritto internazionale 2/2006, pag. 322 e ss.

 

[12] Ciciriello M.C.(a cura di),  La protezione del Mare Mediterraneo dall’ inquinamento. Problemi vecchi e nuovi, Atti della tavola rotonda, Editoriale Scientifica, Napoli, 2003.

 

 

 

[13] Ronzitti N., “Le zone di pesca nel Mediterraneo e la tutela degli interessi italiani”, in Rivista marittima, n. 2/2003, pag. 321 e ss.

 

[14] Epasto S., Pianificazione e programmazione dello sviluppo sostenibile nelle politiche ambientali e settoriali dell’Unione Europea, EDAS, Messina, 2008.

 

[15] Il Santuario del Mar Ligure, nato nel 1999, si estende su un’area di 100 mila chilometri quadrati e comprende il bacino corso-ligure-provenzale, da Tolone a Capo Falcone, in Sardegna, e Fosso Chiarone in Toscana, ampio spazio di mare con la più alta concentrazione di cetacei di tutti i mari italiani, la cui nascita si ricollega alla scopo di salvaguardare e promuovere la conoscenza delle specie che insistono su questa area.

 

 

 

[16] Epasto S., Pianificazione e programmazione dello sviluppo sostenibile nelle politiche ambientali e settoriali dell’Unione Europea, EDAS, Messina, 2008.

 

[17] Castaldi P., “L’Italia e la delimitazione degli spazi marini. Osservazioni sulla prassi recente di estensione della giurisdizione costiera”, in Rivista di diritto internazionale,  n.3/2008, pag. 127 e ss.

 

[18] Nell’ambito del Progetto Interreg dell’Unione Europea è stato costituito nello stretto di mare che separa la Sardegna dalla Corsica, il Parco Marino Internazionale delle Bocche di Bonifacio, strumento logistico fondamentale per la cooperazione tra le due regioni, nonchè funzionale all’evidente omogeneità territoriale ed ambientale del complesso sardo-corso, che consente, attraverso una struttura di coordinamento multinazionale, la valorizzazione e la gestione delle risorse dell’area.

 

[19] Scovazzi T., “Implications of the law of the sea for the Mediterranean”, in Marine Policy, 2001, pagg. 302- 312.

 

[20] La convenzione per la protezione del Mare Mediterraneo dall’ inquinamento (Convenzione di Barcellona), adottata nel 1976, è entrata in vigore nel 1978; è’ stata, inoltre, modificata  dalle parti contraenti nel 1995 ed entrata in vigore solo il 9 luglio 2004. Insieme ai protocolli, costituisce il Sistema di Barcellona.

 

 

 

[21] Lagoni R., Vignes D., “Marittime delimitation”, Dordrecht, London, Boston, 2006, pag. 91

 

[22] Camarda G., L’evoluzione della normativa internazionale, comunitaria e nazionale vigente in materia di sicurezza della navigazione e prevenzione dell’ inquinamento marino, Giuffrè, Firenze, 2007.

 

[23] Caffio F., “A che serve una marina”, in Rivista marittima,  Novembre 2009, pag 115 e ss.

 

[24] Camarda G., Soccorso in mare e tutela dell’ ambiente,  Giuffrè, Firenze, 2005.

Bullismo e nuovi media

Devianze giovanili, bullismi e la media generation

di Tiziana Musmeci.

Nella società contemporanea in cui si avverte sempre più lo svuotamento dei valori e la conseguente perdita di punti di riferimento, i media sembrano avvicinarsi all’universo giovanile soltanto quando gli attori che lo rappresentano, entrano sulla scena di delitti efferati o episodi di violenza agita su persone o cose: dagli omicidi di gruppo commessi all’interno di sette sataniche agli atti vandalici e alle aggressioni fisiche o verbali ai danni di coetanei e adulti, come avviene nel caso del dilagante fenomeno del bullismo.

Tematica questa di grande interesse che oggi viene affrontata dai diversi ambiti della ricerca sotto i suoi molteplici aspetti, in quanto è lo stesso fenomeno a manifestarsi attraverso varie sfaccettature, individuali o di gruppo, in una società in cui l’avvento e l’uso smodato di tecnologie di nuova generazione, quali la telefonia mobile, Internet, specialmente attraverso i numerosi siti di social networking (primo fra tutti, il conosciutissimo FaceBook), e i famosi portali, frequentatissimi dagli adolescenti, quali YouTube, Scuolazoo e altri, contribuiscono a diffondere un nuovo tipo di devianza giovanile, e nel caso specifico qui trattato, una nuova forma di bullismo, meglio nota come cyberbullismo o bullismo elettronico.

Questo articolo, passando in rassegna le caratteristiche del bullismo, e soffermandosi in modo peculiare sul fenomeno del bullismo elettronico, si propone di analizzare il ruolo ambivalente della comunicazione mediatica che, se da un lato produce nuove identità dell’universo giovanile e dunque anche nuove rappresentazioni e azioni di tale universo, dall’altro, attraverso la Media Education, essa può divenire potente mezzo di persuasione e strumento privilegiato per l’acquisizione di una capacità critica, e a livello di prevenzione e a livello di un eventuale intervento in situazioni già conclamate di disagio sociale.

In questa breve introduzione emergono due concetti fondamentali: i giovani quali attori sociali e soggetti “di comunicazione”.

Ciò che a noi dunque interessa capire è come essi ricostruiscono e producono un sistema autonomo di comunicazione, all’interno di determinati contesti sociali.

Infatti, con il semplice termine di bullismo si identificano azioni e comportamenti aggressivi intenzionali e continui atti di prevaricazione, caratterizzati da persistenza nel tempo, che si manifestano all’interno di una relazione tra due o più soggetti che mirano deliberatamente a nuocere un coetaneo che non può facilmente difendersi, pertanto la dinamica relazionale che ne deriva, risulta basata su un’asimmetria di potere, caratterizzata da un sistema comunicativo che potremmo definire, face to face, in cui i soggetti interagiscono nel medesimo istante, nel medesimo luogo, e il contesto privilegiato dell’azione è generalmente la scuola. Afferma Evangelisti: «il bullo trova nella scuola il terreno fertile per mettere in atto i suoi soprusi e le sue prepotenze, tutto ciò a danno dei compagni di classe o comunque sia a danno di altri ragazzi appartenenti alla stessa scuola».[1]

 

All’interno di un sistema di comunicazione di tal genere, il fenomeno bullistico può assumere le molteplici forme di bullismo fisico e verbale, le quali, sono manifestazioni dirette di bullismo.

Mentre il primo tipo rappresenta l’esempio emblematico del fenomeno – un bambino grande e grosso che colpisce uno più piccolo e indifeso – il secondo è più frequente poiché si presta ad una maggiore ambiguità  – ad esempio, il prendere in giro qualcuno, che può essere agito per divertimento, per scherzo o con la precisa volontà di ferire -. In tal caso diviene importante il modo in cui il bersaglio interpreta la presa in giro e reagisce ad essa.

Quando invece viene messa in atto una vera e propria forma di manipolazione sociale in cui gli altri sono utilizzati come mezzi per attaccare, alterare i rapporti sociali in classe, per isolare un compagno scelto come bersaglio dal gruppo, si parla nel primo caso di bullismo di tipo sociale indiretto, e nel secondo di bullismo relazionale indiretto.

Questo è diventato un fenomeno comune. Il bullismo sociale è fatto da persone in tutto il mondo. L’anonimato dell’identità della persona dietro il bullismo tenta molti di saltare in questo carro.  Controlla qui per sapere tutto sul bullismo sociale in questa nuova era. Le persone stanno abusato della piattaforma dei social media in modo fantastico.

Il bullismo di tipo sociale mira soprattutto a danneggiare l’autostima dell’altro e il suo status sociale.

È chiaro che esista una certa sovrapposizione tra le caratteristiche del bullismo  indiretto sociale e relazionale.

La spiegazione del bullismo, così come quella della devianza giovanile, non può ridursi all’isolamento di una sola variabile o all’individuazione di un unico profilo socio-psicologico.

Se nell’analisi del fenomeno bullistico prendiamo in considerazione il contributo di De Leo [2], il quale nella spiegazione della devianza mette in risalto la sua natura dinamica di processo sociale, in cui i significati si creano attraverso l’interazione divenendo il risultato di ciò che gli attori stessi producono, in tale prospettiva, ne deriva, che l’azione deviante è il risultato dell’interrelazione tra fattori psicologici, rappresentazioni sociali e dinamiche interazionali.

Secondo quanto messo in luce da tale modello di analisi, l’universo mediatico ha acquisito negli anni un ruolo determinante, avendo contribuito nella costruzione e ri-costruzione mediatica del disagio, dove a volte la figura identitaria dell’adolescente o del giovane-adulto “normale” sembra scomparire.

In questo scenario ne deriva che gli episodi di devianza minorile, declinata nelle diverse forme di bullismo, microcriminalità e altro, siano riconducibili ad un cortocircuito della comunicazione.

Infatti, con l’avvento dell’era digitale è cambiato anche il modo di comunicare dei diversi attori della scena sociale.

«La comunicazione delle giovani generazioni è sempre meno un sistema, è sempre più un reticolo, fatto di chat e di relazioni orizzontali, di spazi aperti come Internet e Blogosfera, di quel pianeta infinito di possibilità e di forme espressive che soltanto le nuove tecnologie sono in grado di offrire e di fare esplodere, mentre la comunicazione degli adulti resta congelata nella vetrina del vecchio generalismo. Capire i giovani, dunque, significa studiare quelli che abitano la comunicazione, saper leggere l’atlante delle loro espressività, su cui si impernia la messa in scena di un’inevitabile, quanto ostentata, frattura con gli adulti». [3]

 

All’interno di questo scenario sempre più fluido, reticolare, continuamente soggetto a cambiamenti e inversioni di rotta, si delinea il tratto più originale delle società contemporanee, che è quello della globalizzazione, del quale l’enorme sviluppo dei nuovi strumenti tecnologici è stato l’elemento propulsore e caratterizzante di tale processo.

 

Con il termine globalizzazione, infatti, si indica «un fenomeno complesso e multidimensionale, che, a partire dalla sfera economica, si estende a diversi ambiti dell’agire sociale, accentuando gli aspetti relativi alla interdipendenza delle funzioni economiche e delle relazioni tra luoghi distanti tra loro, ed evidenziando le potenzialità del processo di convergenza digitale nel ridurre le distanze spazio-temporali. Gli esiti di queste dinamiche di apparente omogeneizzazione culturale si svolgono in maniera tutt’altro che lineare, dal momento che quella che viene definita cultura globale è la risultante di una serie di spinte contrastanti, volte a delineare realtà glocal, cioè a metà strada tra identità globale e specificità locali».[4]

 

La società contemporanea è stata così definita anche la società dell’incertezza, dove i rapporti umani sono sempre più frammentari e discontinui, e se da una parte il progresso ha contribuito a migliorare la qualità e la durata della vita degli individui, dall’altra li ha disorientati e resi più insicuri.

 

Il primo contesto di vita dove è possibile quasi “toccare con mano” il senso di insicurezza e il disorientamento dell’essere umano è quello comunicativo, dove infatti oggi la diffusione massiccia dei nuovi mezzi informatici e il loro uso, talvolta negativo e dunque dannoso, ha fornito soprattutto agli adolescenti i mezzi per comportarsi in maniera ben diversa da come essi si comporterebbero nel mondo reale: il mondo virtuale offre loro l’illusione di diventare anonimi, quasi invisibili.

 

Nello specifico, il messaggio multimediale porta con sé innumerevoli condizionamenti percettivi, psicologici, di comportamento, porta con sé modelli che stimolano nell’individuo partecipazione e identificazione. Ciò a conferma del fatto che, parlare di multimedia, significa parlare di un tipo nuovo di comunicazione, proprio perché diversi sono i mezzi che essa adopera per veicolare messaggi. [5]

 

Non appena si entra nel web, infatti, ogni soggetto può spogliarsi dei consueti panni indossati nella vita quotidiana per vestire quelli conformi ad iniziare una sorta di vita parallela, il cui protagonista non è il tradizionale Io, bensì un mondo basato sui concetti astratti e inventati di Nickname, Personal Account, etc.

 

È proprio grazie alla creazione della web-identity (identità virtuale) che le persone agiscono libere dai vincoli imposti dalle norme morali e sociali.

 

Un fenomeno che si sta espandendo in modo preoccupante, e il cui sviluppo è strettamente collegato a quello delle nuove tecnologie, soprattutto nell’ambito delle comunicazioni, è quello del cyberbullismo (cyberbullying) o bullismo elettronico. «Nel contesto del cyberbullying infatti, l’identità reale viene completamente celata: il concetto di Io-reale lascia il posto a quello di Io-virtuale».[6]

 

Nell’era di Internet, dei blogs, della posta elettronica, di YouTube, dei telefoni cellulari sempre più tecnologici, il generale fenomeno del bullismo ha assunto dunque connotazioni sempre più particolari, in relazione all’enorme sviluppo delle nuove conoscenze tecnologiche in ambito informatico e della comunicazione.

 

Le azioni offensive messe in atto dai bulli per perseguitare le loro vittime non avvengono più all’interno dello stesso contesto comunicativo, in una dinamica relazionale, seppur distorta, face to face, ma sono esse stesse mediate non più attraverso l’uso di altri soggetti come mezzi per attaccare (vedi il bullismo indiretto), ma attraverso il mezzo tecnologico, divenendo da fenomeno mediato, fenomeno esso stesso mediatico.

 

«Le interazioni, adesso, sono sempre più realizzate in ambienti digitali, dove la fisicità degli spazi e dei territori viene abbattuta in funzione di luoghi deterritorializzati, potenzialmente illimitati, e dove nascono nuove forme di identità sociale». [7]

 

«Internet elimina i confini fisici dei suoi abitanti che vengono proiettati in uno spazio dilatato di possibilità d’azione e di molteplicità di ruoli. Uno spazio di comunicazione e di relazione che genera un diverso senso di appartenenza e di identità sociale che spesso si realizza proprio nelle comunità di rete». [8]

 

Infatti il bullo non agisce più esclusivamente all’interno del suo mondo reale ma si muove meglio attraverso il mondo virtuale offerto dalla rete, perché è attraverso questa nuova dimensione che egli compie azioni per le quali è preferibile essere non-riconoscibile, irrintracciabile e rimanere invisibile. Il web disinibisce.

 

Nello specifico, queste nuove forme di bullismo trovano il loro snodo principale nella trasmissione elettronica di informazioni offensive quali l’insulto, la minaccia, il pettegolezzo, i videoclip attraverso l’ uso di sofisticati strumenti quali i siti web, l’ e-mail, i blogs, gli sms, gli mms, etc.

 

Il cyber-bullo ha dunque a disposizione nuovi canali per colpire le sue vittime; egli li sfrutta per compiere i suoi comportamenti aggressivi e disinibiti.

 

«Dueck sostiene che oggigiorno la vittima degli atti di bullismo non trova più sicurezza, come invece accadeva in passato, all’interno della sua casa: anche le quattro mura domestiche possono infatti essere teatro di violenze e molestie subite via cellulare o via Internet».[9]

 

È importante tenere presente che se il bullo ha l’impressione per sé e per gli altri, di essere invisibile, anche la stessa vittima gli appare tale: egli, creandosi una propria maschera virtuale ha, nel primo caso, la quasi certezza di non venire scoperto e pertanto non essere accusabile, mentre la vittima non gli appare come una persona in quanto tale, dotata di emozioni e sentimenti, ma anch’essa come una sorta di entità virtuale, distante e talvolta quasi anonima.

 

Nella relazione che si viene ad instaurare tra cyber-bullo e cyber-vittima, vengono a mancare, infatti, quei feedback positivi extralinguistici (il linguaggio del corpo) caratterizzanti il mondo reale, e di cui la comunicazione in presenza <face to face> si avvale, e che consentirebbero al bullo di porsi empaticamente nei confronti della vittima, alla quale egli invece non fa altro che procurare continui disagi e sofferenze.

 

«Il fenomeno del cyberbullying è in costante sviluppo anche perché questo tipo di bullismo consente una forma più forte di anonimato rispetto al bullismo tradizionale: lo studioso Schneier indica, infatti, nella mancanza di visibilità (lack face-to-face contact) l’estrema  potenza e pericolosità del “bullo elettronico”».[10]

 

Internet offre diverse occasioni per mettere in atto pratiche di cyber-bullismo, definito anche electronic bullying, e-bullying, mobile bullying, sms bullying, digital bullying, online bullying, o Internet bullying, configurando così nuovi orizzonti di devianza giovanile.

 

In particolare è possibile identificare due principali modalità di persecuzione on-line dette cyberthreats e cyberstalking (o cyberharassment).

 

La modalità del cyberthreats, ossia minacce on-line, consiste nell’invio di messaggi rivolti ad una o più vittime con lo scopo di esercitare violenza su di esse. A volte può trattarsi di messaggi a contenuto istigatorio e auto-lesionistico.

 

Le minacce possono essere dirette o indirette: nel primo caso, la dichiarazione che viene fatta dal ragazzo è esplicita e senza mezzi termini, nel secondo caso, invece, il tipo di minaccia è più insidiosa perché non contiene un’esplicita dichiarazione d’intenti, ma è necessario leggerla fra le righe.

 

Gli psicologi americani con il termine di cyberstalking raggruppano le molestie e le intimidazioni, effettuate attraverso Internet, che assumono la forma di una vera persecuzione: attraverso l’invio di e-mail dal contenuto osceno e imbarazzante, oppure le offese anonime registrate su forum, blogs, etc., i cyber-bulli sono oggi in grado di “controllare” e invadere la privacy delle loro vittime. Attraverso il cyberharassment avviene sostanzialmente la stessa cosa: il bullo invia ripetutamente e-mail o sms offensivi, contenenti molestie, minacce, insulti.

 

Il bullismo informatico si manifesta anche nelle chat rooms frequentate dagli adolescenti, sotto forma di flaming, cioè messaggi volgari e osceni diretti ad un bersaglio prescelto come vittima. La modalità più frequentemente utilizzata è coinvolgere le vittime in una conversazione e costringerle a rivelare informazioni private per poi svelarne i segreti più intimi ad altre persone. In relazione a ciò, l’outing è quella pratica diffusa che consiste nel condividere con altri le immagini imbarazzanti o le confidenze della vittima, dopo averne conquistato la fiducia. A volte, però il cyber-bullo nemmeno conosce la sua vittima.[11]

 

Il cyberbullismo si declina oggi in forme sempre più sottili come l’happy slapping (letteralmente “schiaffo allegro”) che consiste nel riprendere immagini col video-telefono o scattare fotografie a contenuto privato e imbarazzante, al fine di diffamare o ricattare il protagonista dell’immagine o del video. Questi ultimi vengono poi caricati sul web e ben presto diffusi e conosciuti da migliaia di utenti Internet, attraverso la posta elettronica o altri canali della rete; il cyberbashing, simile al precedente, si verifica quando un ragazzo da solo o in gruppo, picchia un altro ragazzo, mentre altri riprendono l’aggressione col video-telefonino. I video prodotti vengono poi caricati in Internet e resi disponibili attraverso siti famosi, tra i più cliccati tra gli adolescenti, quali www.youtube.com, www.metello.com, www.scuolazoo.com. Il materiale offensivo è solitamente catalogato mediante parole-chiave: ad esempio, “video divertenti”, “studenti a scuola”, “Entertainment”, “Comedy”, “Science and Technology”, etc. È importante sottolineare che generalmente le aggressioni sono reali, ma a volte sono anche preparate e dunque recitate. [12]

 

Si può diventare vittima di bullismo senza necessariamente interagire con un bullo, nella forma dell’esclusione quando ad esempio si estromette qualcuno dall’Instant Messaging (IM), per ferire i suoi sentimenti: tale pratica è detta kick (letteralmente “calcio”). Anche siti di social networking come MySpace e FaceBook possono divenire luoghi di esclusione relazionale e sociale. Una differenza infine, riguarda i diversi stili cognitivi messi in atto da maschi e femmine presenti nel cyberbullismo: come avviene per il bullismo tradizionale, le ragazze mettono in atto forme di bullismo prevalentemente relazionale, allo scopo di disgregare i rapporti sociali delle vittime; inoltre prediligono i telefoni cellulari rispetto ad Internet per infastidire e colpire le loro vittime. [13]

 

Da quanto messo in luce, emerge l’elevata problematicità di un fenomeno tipico di una media generation, che, rispetto al bullismo tradizionale, per le diverse forme in cui si declina, sempre più sottili e subdole, porta con sé il rischio di una sempre maggiore pericolosità, per non essere facilmente visibile e valutabile dall’alto del mondo degli adulti, sfuggendo in tal modo, più facilmente, ad un loro controllo.

 

 

 

 

 

 

 

Dalla media generation alla media education:

 

nuove prospettive d’intervento

 

di Angelo Cappello .

 

 

 

Come abbiamo potuto rilevare, la dimensione problematica dell’universo adolescenziale è stata ulteriormente resa esplicita dalla presenza dei media, riconosciuti come co-protagonisti non intenzionali, seppur decisivi, del processo formativo. L’ingresso delle tecnologie comunicative ha determinato un significativo cambiamento nei processi di socializzazione dell’individuo, soprattutto segnando il passaggio ad una socializzazione intesa come auto-socializzazione, ossia processo di formazione auto-diretto dal soggetto, scelta all’interno di diversi mondi significativi.

 

Adesso, accanto alle tradizionali agenzie formative, quali, la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, con lo sviluppo dei canali multimediali, la socializzazione «si configura come un processo sempre più articolato e complesso, caratterizzato da una moltiplicazione dei punti di riferimento significativi, che segnano il passaggio ad una vera e propria pluralizzazione delle socializzazioni, dove i tempi e i luoghi della dimensione formale si alternano agli spazi informali, caratterizzati da esiti assolutamente più imprevedibili e “aperti”, da nuove espressioni di socialità e dall’alternanza sempre più diffusa tra esperienza reale ed esperienza virtuale».[14]

 

In questo scenario, si articola il problema di costruzione dell’identità dell’individuo. In accordo con la teoria di Erik Erikson che, focalizzandosi sullo sviluppo della personalità umana, suddiviso in stadi, ipotizzava una stretta interazione tra sviluppo biologico, psicologico e socioculturale del soggetto, ogni stadio è caratterizzato da un problema d’identità in quanto reca con sé un conflitto fondamentale, consistente nella possibilità per il soggetto di svilupparsi verso un determinato polo evolutivo piuttosto che verso il suo opposto. Sempre secondo Erikson la tipica crisi adolescenziale, è influenzata soprattutto dagli esiti dei conflitti passati; tale influenza è bidirezionale e probabilistica, cioè dipende anche dalle caratteristiche biologiche dell’essere in formazione e da quelle situazionali e contestuali. Infatti l’integrazione con il contesto avviene attraverso una serie di passaggi segnati da rotture, da una fase di totale accettazione dei valori genitoriali a quella di diffusione delle diverse identità,[15] in cui si sperimenta un’intensa attività di ideali e d’interazione con gli altri, includendo le amicizie, i processi identificativi con gli idoli mediatici, e con essi, oggi più che mai, la sperimentazione di ruoli, identità diverse, e di esperienze simbiotiche, a volte morbose, come abbiamo avuto modo di rilevare, con gli strumenti tecnologici: questo, è ciò che nel nostro discorso, caratterizza la media generation.

 

In generale, è importante sottolineare che il soggetto in formazione, o in questo caso come preferiremmo dire, in auto-socializzazione, non si vede mai impegnato in scelte definite e definitive: la confusione di ruoli che egli sperimenta consiste nel passare da un’identificazione all’altra, attraverso una crisi d’identità che può sfociare in atteggiamenti di protesta nei confronti degli altri significativi o nella volontà di opporsi negativamente verso le istituzioni formative e sociali di riferimento.

 

I cambiamenti che hanno riguardato la società e dunque anche i processi di socializzazione, hanno inevitabilmente coinvolto in primo luogo le agenzie  educative tradizionali, i cui nuovi modelli di azione non possono che influenzare gli attori della scena sociale.

 

La famiglia innanzitutto, un tempo considerata roccaforte inattaccabile ed emblema rassicurante della tradizione, modifica il proprio assetto, subendo forti cambiamenti strutturali, assumendo nuovi stili comunicativi e sperimentando nuovi modelli di interazione con i soggetti.

 

Scrive Concetta Epasto: «Le diverse modalità con cui si esprime l’intervento educativo del padre e della madre, la presenza all’interno della famiglia di altre figure significative, rappresentano tutte variabili di un sistema formativo che può trovare al suo interno equilibri e squilibri a seconda delle diverse connotazioni che assumono i rapporti interpersonali di quel piccolo gruppo formato dalla famiglia».[16]

 

Un’ulteriore spinta al mutamento strutturale della famiglia è stato favorito dall’exploit della comunicazione e dalla sua rigenerata visibilità nei rapporti interpersonali di vita quotidiana. Infatti, in famiglia la frattura tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti è maggiormente avvertita a livello comunicativo e rinforzata dalla diffusione dei potenti mezzi tecnologici e dal diverso modo che ognuno ha di rapportarsi con essi, influenzando la stessa comunicazione tradizionale: i giovani comunicano in maniera sintetica ma intensa e veloce, mentre la comunicazione degli adulti spesso mal si rapporta ai nuovi strumenti tecnologici e resta ancorata alla routine dei vecchi linguaggi tradizionalisti.

 

«Così sono difficilmente identificabili i ruoli e le reciproche aspettative tra generazioni, ma, soprattutto, non sono chiari i valori da trasmettere o da negoziare».[17]

 

Adottare invece una prospettiva relazionale significa concepire le agenzie di socializzazione come nodi di una rete, ponendo l’accento sulla valenza multidimensionale della famiglia, sottolineando il suo preminente ruolo di guida all’interno del processo formativo.

 

L’altra, non meno importante agenzia formativa, investita dal cambiamento, è la scuola, istituzione educativa fondamentale per lo sviluppo dell’individuo e per la formazione della sua personalità. Al giorno d’oggi segni di attrito si avvertono anche nel rapporto giovani-scuola: i ragazzi vedono quest’ultima come una meta sostanzialmente conoscitiva e con una funzione puramente strumentale.

 

Sono oggi gli insegnanti a subire le percezioni negative che i loro alunni hanno della scuola: essi, nell’immaginario adolescenziale, rappresentano l’istituzione-scuola in modo sempre meno esauriente, e dunque sono investiti di una fiducia e una stima sempre minori. La scuola viene così identificata quasi totalmente con il gruppo dei docenti.

 

Il disagio scolastico può manifestarsi nelle sue diverse forme di abbandono scolastico, dispersione come bocciature, ripetenze, ma anche di condotte negative all’interno del contesto classe nei confronti degli altri compagni e con gli insegnanti, tra i quali rientra anche il già descritto fenomeno del bullismo.

 

La situazione d’incertezza caratterizzante le tradizionali agenzie educative, non può far altro che determinare da quest’ultime, un’ulteriore distacco delle nuove generazioni, e una conseguente full immersion in quelle reti formative orizzontali informali rappresentate dal gruppo dei pari.

 

« Il gruppo dei pari è una forma di aggregazione sociale spontanea tipica dell’età adolescenziale e giovanile che riveste una grande importanza nel processo di crescita degli individui… Nel momento in cui gli adolescenti avvertono il giusto bisogno di prendere le distanze dalla famiglia e dalla scuola e per cercare una propria dimensione individuale più autonoma, il gruppo offre accoglienza, protezione e riconoscimento per la nuova identità che essi vanno formando…».[18]

 

«Il gruppo è sia uno spazio privilegiato entro cui condividere le esperienze negoziandole quotidianamente con gli altri, sia un porto sicuro in cui i giovani possono rintracciare rassicuranti segnali di solidarietà, traendo forme di aiuto a livello emotivo, psicologico, comportamentale e cognitivo, sino a diventare l’espressione più significativa di un diverso modo di concepire la propria esistenza…». [19]

 

Il gruppo svolge pertanto una funzione di contenimento più flessibile rispetto a quella delle altre agenzie educative: in esso l’adolescente si sente libero di sperimentarsi in quelle nuove dimensioni e bisogni del sé che si affacciano per la prima volta alla sua coscienza e che all’interno della famiglia e della scuola è spesso difficile, quasi impossibile, manifestare e soddisfare, a causa della presenza di gerarchie e ruoli rigidi.

 

I cambiamenti che investono il mondo adolescenziale si correlano anche al modo di interpretare e vivere il tempo libero: in particolare con lo sviluppo delle nuove tecnologie e la diffusione di Internet si è avuta, da un lato, la straordinaria possibilità di creare nuovi ambienti sociali in rete, paralleli a quelli abitati dalle relazioni in presenza, ma dall’altro, l’incapacità di saper gestire il tempo libero, essendo quest’ultimo stato trasformato e letteralmente scambiato con quello virtuale, ha prodotto rischi sulla stessa virtualità delle relazioni sociali o sulla disgregazione dei legami interpersonali.

 

Questo eccessivo consumo mediale, o come è stata definita altrove [20], questa sorta di bulimia tecnologica, ha fatto sì che la nuova generazione elettronica venisse alternativamente definita anche Networking generation o Net generation, Napster generation o infine Digital generation, generazione che noi, per una nostra predilezione, abbiamo preferito chiamare Media Generation; opzione, motivata dal fatto, che le altre “etichette” si concentrano esclusivamente nel mettere in luce che la prima e quasi unica scelta di consumo del tempo libero dei giovani sia rappresentata dal computer, Internet e dalle reti di social networking, mentre di fatto, il termine media comprende una più vasta gamma di strumenti tecnologici, comprendenti quelli appena menzionati, ed altri come la tv, la radio, il cinema, lettori cd/dvd, lettori Mp3/Mp4, etc., il cui uso ha continuato a persistere anche dopo l’avvento di Internet, della telefonia mobile e similari, e che questi ultimi non hanno sostituito totalmente ma si sono affiancati ad essi in un mondo parallelo.

 

Allo stato attuale, secondo i punti che sono stati messi in analisi, non possiamo non considerare che i media costituiscono una sorta di agenzia formativa informale delle nuove generazioni, essendone diventati punto di riferimento e di confronto con i quali esse si mettono continuamente in relazione; si vuole ora prendere in considerazione l’eventualità del contributo educativo, e ove necessario, rieducativo, offertoci da un uso oculato e strutturato degli stessi strumenti tecnologici.

 

Se da una parte, infatti, «i media hanno aperto l’opportunità di una comunicazione globale, del cosmopolitismo e dello sviluppo della democrazia, ma allo stesso tempo portano con sé il rischio che aumenti la manipolazione…» dall’altra, «il grande compito della media education, è quello di lavorare su chi comunica cosa a qualcuno e con quale effetto».[21]

 

In tale direzione la Media Education negli ultimi decenni ha offerto precisi strumenti metodologici, e ha trovato vasti campi di applicazione, laddove, soprattutto per i soggetti in età evolutiva, si verificano situazioni problematiche che investono la sfera cognitiva, emotivo-affettiva, relazionale e sociale.

 

«La Media Education è un’attività educativa e didattica, finalizzata a sviluppare nei giovani una informazione e comprensione critica circa la natura e le categorie dei media, le tecniche da loro impiegate per costruire messaggi e produrre senso, i generi e i linguaggi specifici» [22]

 

Per Media Education (ME) si intende un’educazione con i media, utilizzati come strumenti che permettono processi educativi generali e un’educazione ai media, che non devono essere intesi solo come strumenti, ma come linguaggi e cultura, ed in alcuni casi il livello prodotto è talmente specifico da formare i professionisti del settore.

 

In particolare, «l’educazione ai media è compito di ogni educatore, sia pure con diversità di ruoli. Ma si potrà pensare anche a una nuova figura professionale con contributi specifici da offrire alla scuola, alla famiglia e al territorio. È quello che chiamiamo media educator». [23]

 

Scopo della Media Education è offrire alle giovani generazioni non solo gli strumenti di accesso ai media e alla loro comprensione, ma anche quello di formare nuovi produttori per una migliore qualità dei media.

 

Nel secolo dei nuovi media era impensabile che i media e l’educazione non venissero a confronto.

 

Il dialogo tra le parti non è mai stato facile poiché la tradizione educativa ha una prevalente attenzione al passato, si costruisce nel tempo e si basa sull’oggettività, mentre i media si presentano come una conoscenza rivolta a problematiche attuali, suscitando emozioni, esaltando la soggettività, e pertanto, basandosi sulle cognizioni di ogni singolo individuo, essa si costruisce sull’effimero.

 

Dal confronto tra media ed educazione è nato non solo un nuovo ambito di applicazione della pedagogia speciale, ma anche un vasto movimento di idee e iniziative a livello nazionale e internazionale, al quale hanno aderito ricercatori, educatori, tecnologi, accomunati dall’interesse per la ME.

 

In questa cornice d’intenti, come si può notare, la ME interessa anche chi ne produce i contenuti, ossia gli operatori dei mezzi di comunicazione di massa, allo scopo di stimolare una riflessione sulla liceità e qualità dei prodotti, nel pieno rispetto delle capacità critico-riflessive e dei diritti dei minori.

 

La ME è da considerare un insieme di strategie che hanno come scopo quello di formare i soggetti al fine di far acquisire loro una capacità critica rivolta alla comprensione di un uso, più costruttivo, dei media, e della loro natura. Essa «non si limita a proteggere dai media, ma mira piuttosto a fornire una competenza mediale e un empowerment perché il minore sappia confrontarsi in modo critico e costruttivo con l’universo dei media, e sappia creare, egli stesso, nuove forme espressive e di comunicazione».[24]

 

È infatti la comunicazione che, a nostro avviso, rappresenta una delle risorse fondamentali, sia a livello di prevenzione, sia a livello di intervento, nelle dinamiche bullistiche, (analizzate in questa sede sotto le più variegate sfaccettature), e intesa proprio quale mezzo per far dialogare gli attori della scena sociale, che oggi appaiono sempre più separati da un muro di profonda incomunicabilità.

 

Gli adulti ad esempio dovrebbero iniziare a compenetrare meglio il mondo di Internet, della cybercultura e delle nuove tecnologie, al fine di avvicinarsi sempre più al mondo abitato dai loro figli ed esser certi di poter essere in grado di affrontare gli eventuali rischi attraverso un comune fronte comunicativo.

 

«La Media Education potrebbe essere il passepartout per comunicare con i giovani, il momento in cui il mondo della formazione si sposa con i linguaggi dei media, …in un gioco di arricchimento reciproco» [25], a scuola, all’Università, in famiglia, tra i giovani stessi.

 

In conclusione, siamo fiduciosi nel credere che, la Media Education,  proponendosi come nuovo contesto di mediazione dei processi comunicativi, in una prospettiva a medio e a lungo termine, sarà sempre più in grado di contribuire con le sue sole forze alla riuscita di un progetto formativo globale, reticolare ed orizzontale, che coinvolga tutti gli attori sociali, che includa la prevenzione e la lotta al bullismo, concepito anche nelle sue manifestazioni più insidiose e alle quali, la massiccia presenza dei media in casa, o tra i giovani, ma soprattutto, un loro uso sregolato, non poteva che contribuirvi in maniera negativa.

 

In tale direzione, non vogliamo dimenticare quelle iniziative già avviatesi nel corso degli ultimi anni, a livello nazionale, promosse da parte del Ministero della Pubblica Istruzione (anni 2006-2008 Ministro Fioroni, incaricato nell’ambito dell’ultimo governo Prodi), per la prevenzione e la lotta al bullismo, un sistema di azioni, riconducibili ad una strategia globale ed integrata di interventi, guidata dal riconoscimento del centrale ruolo della scuola nell’educazione giovanile.[26]

 

Nel documento redatto si riconosce un’attenzione particolare, anche se implicita, ai temi della Media Education, interesse riconducibile nella volontà di considerare i media come fonte di sviluppo e non solo come fonte di rischio.

 

Inoltre, il documento chiama in causa il Codice di autoregolamentazione “Internet e minori” e il comitato “Tv e minori”, per istituire un tavolo in cui le principali emittenti tv e le case di produzione cinematografica, al fine di elaborare un insieme di strategie che consentano l’analisi della programmazione attuale e intervengano nel contenimento del fenomeno della violenza in tv.[27]

 

Queste ed altre proposte similari, andrebbero a nostro avviso, incentivate.

 

A tal proposito, un interessante progetto, che intendiamo segnalare è Avatar@school [28], co-finanziato dalla Commissione Europea nel Programma Socrates-Minerva, nato dal presupposto che la diffusione delle nuove tecnologie tra i giovani e la familiarità con cui essi si confrontano, può divenire un utile strumento per combattere il bullismo.

 

Sfruttando l’opportunità di ambienti virtuali ricreati nel mondo dei giochi di ruolo, esso mira a prevenire la diffusione della violenza tra i giovani, attraverso la mediazione tra pari. Questa è «una procedura basata sulla comunicazione e la negoziazione cooperativa, tramite la quale gli studenti imparano a utilizzare strategie creative per la gestione dei conflitti interpersonali scaturiti tra i propri compagni. Nella mediazione tra pari gli studenti formati per la gestione dei conflitti applicano tra altre, le strategie cosiddette di problem-solving per assistere i propri compagni nelle ricerche di soluzioni condivisibili da tutti i protagonisti del conflitto. Il mediatore, che è sempre imparziale, non dà nessuna soluzione: aiuta soltanto gli studenti coinvolti nel conflitto a trovare da soli un accordo». [29]

 

Il progetto ha così sviluppato giochi on-line destinati agli studenti europei delle scuole superiori, basati su scenari conflittuali, comprendenti ognuno, una descrizione della situazione conflittuale e le istruzioni di ruolo per ogni giocatore: il bullo, la vittima, gli astanti, i docenti, e il mediatore stesso.

 

Le diverse situazioni si realizzano in presenza di un supervisore, che ha il compito di aiutare i giocatori a trovare le possibili soluzioni per risolvere la situazione conflittuale, da soli o con l’aiuto del mediatore. Alla fine di ogni situazione-gioco, l’esperienza viene discussa e condivisa nel corso di una sessione di valutazione di gruppo.

 

Il progetto è ancora in corso, coloro che finora vi hanno preso parte, hanno dichiarato di aver trovato il gioco divertente, e che si tratta di un ottimo modo per affrontare il problema del bullismo, oltre che di un’ottima opportunità per interagire con studenti di altre nazioni.

 

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

 

 

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Il LetMeLearn® Process come strumento integrabile in un sistema di eLearning adattivo.

(articolo tratto dall’intervento in occasione della “Giornata di studio su Let Me Learn® – un nuovo approccio pedagogico” tenutasi il 22 ottobre 2009 presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Perugia)

Vorrei aprire ricordando una interessante e ormai celeberrima riflessione del visionario “learning designer”, come lui ama definirsi, Marc Prensky, tratta e tradotta dal libro “Digital Natives, Digital Immigrants – A New Way To Look At Ourselves and Our Kids”.

“I nostri studenti sono cambiati radicalmente. Gli studenti di oggi non sono più quelli per cui il nostro sistema educativo è stato progettato.

Il modo in cui pensano e prendono decisioni è cambiato considerevolmente. Sono stati influenzati dai media digitali e hanno accesso a una vasta gamma di informazioni. Analizzano le cose in modo diverso rispetto alla generazione più vecchia.  Vedi qui per saperne di più sull’influenza della tecnologia sui bambini di quest’epoca.

[omiss] Essi sono la prima generazione cresciuta con le nuove tecnologie. Hanno passato la loro intera vita usando ed essendo immersi in computer, videogames, riproduttori musicali, videocamere, cellulari e ogni altro gioco e strumento dell’era digitale.

[omiss] Videogiochi, email, Internet, cellulari, chat sono parte integrante delle loro vite.

[omiss] Sono nativi digitali.

[omiss] I cervelli dei nativi digitali sono probabilmente fisicamente differenti, effetto dell’input digitale che hanno ricevuto crescendo.”[1]

Prensky scrisse questo nel 2001 e ora, forse più di allora, occorre riconoscere la profonda portata di tale assunto espresso, a mio avviso, con una chiarezza e una semplicità che rendono l’osservazione affilata, al limite del cinismo.

In questo contesto ciascuno dovrebbe fare la sua parte per ricostruire un sistema educativo adatto a sostenere la complessità della società moderna, non nascondendo alcun elemento di ulteriore complicazione ma, al contrario, inserendo quante più variabili possibili nel sistema, al fine di creare soluzioni veramente adeguate.

Quindi non vorrei essere frainteso se ancorerò e limiterò il mio ragionamento all’ambito dell’e-learning, il tutto dovrebbe essere inquadrato in senso strumentalista; aperto e pragmaticamente generalizzabile.

 

Non credo sia necessario ribadire l’importanza, sempre crescente, che gli interventi in e-learning hanno oggi nel generale scenario educativo-formativo.

 

Occorre però riconoscere come una delle grandi potenzialità, inizialmente ascritte all’e-learning, sia, ad oggi, sostanzialmente inespressa. Infatti, indipendentemente dal quadro teorico di riferimento accettato, comportamentista, cognitivista o costruttivista; punto focale e significato fondante dell’e-learning dovrebbe rimanere l’attuazione di interventi di insegnamento-apprendimento centrati sulle caratteristiche uniche e peculiari dei discenti.

 

Più in generale, mentre il discorso pedagogico si incentra, con vasto consenso, nella visione teorica di modelli didattici student-centred; la progettazione didattica rimane ancora lontana da questo paradigma, rimanendo legata, probabilmente più per moti inerziali che per reale volontà, a quelli che in ambito anglosassone definiscono come modelli “anti-achievement”[2]

 

Infatti quella che fino a qualche tempo fa poteva considerarsi una fase di assestamento e consolidamento dell’e-learning, necessaria dopo il tumulto tecnologico che ha caratterizzato l’ultimo decennio del secolo scorso; ora assomiglia sempre di più ad una stagnante pozza dalla quale non riescono ad emergere le reali e sostenibili innovazioni delle quali il sistema educativo-formativo ha bisogno per assecondare e supportare le necessità e le aspettative della società attuale, pervasa da sofisticati strumenti di informazione che sono, e diventano, sempre meno governabili dagli utenti sotto tutti gli aspetti.

 

Non sto parlando del digital divide, ostacolo comunque ancora rilevante, ma di un fenomeno più subdolo e più complesso; legato ai settori dell’istruzione e della formazione che potremmo chiamare anche learning divide.

 

Riguarda la difficoltà del sistema educativo in generale, ai vari livelli, di rapportarsi, sia in termini di progettazione e attuazione didattica che in termini di strategie formative, con una realtà che richiede sempre più rapidamente nuovi contenuti, veicolati attraverso molteplici e nuovi canali al fine di attivare differenti processi di apprendimento sempre più mirati, efficienti ed efficaci.

 

Ovviamente per costruire strumenti efficienti e efficaci occorre conoscere profondamente l’oggetto, il soggetto, gli altri attori e anche i differenti meccanismi che intervengono in ogni singolo processo di apprendimento. Compito sicuramente non semplice, che in alcuni casi potremmo arrivare a definire insostenibile, soprattutto se si tiene conto delle normali risorse disponibili.

 

Una possibile soluzione e, allo stesso tempo, una delle chiavi di interpretazione del modello student-centred è rappresentata dalla progettazione e realizzazione di sistemi di e-learning cosiddetti “adattivi”, ovvero in grado di supportare le differenti caratteristiche di apprendimento proprie di ogni individuo e di modificare e adattare, in modalità più o meno automatizzata, strumenti e percorsi in base a tali caratteristiche, così da ottimizzare il prodotto tra i fattori di motivazione, capacità e inclinazione per ogni singola persona.

 

Il termine “adattivo” o “adaptive” è da intendersi, nel contesto, come la qualità di un sistema di e-learning di riuscire a supportare e facilitare in ogni fase ogni utente, sia esso un soggetto in apprendimento o altra figura, tramite il monitoraggio e l’interpretazione dei suoi comportamenti e delle sue attività (Peter Brusilovsky, 2008).

 

Per entrare, quindi, nel merito; senza disquisire nel dettaglio sulle molteplici differenti interpretazioni del concetto di “adattività”, mi limiterò a sottolineare, ammesso che ce ne sia la necessità, l’importanza che ha in un sistema di e-learning adattivo l’identificazione delle peculiarità di ogni singolo utente; ed è proprio in questo processo di attivazione e gestione di un apprendimento consapevole che si inserisce, a mio avviso, il LetMeLearn®.

 

Una delle aree identificate come maggiormente problematiche durante la recente 17ma conferenza internazionale sull’argomento, la UMAP2009[3], tenutasi lo scorso giugno in Italia, a Trento, è appunto quella dell’identificazione di un modello che possa coniugare la necessità dell’oggettiva misurabilità, la marcata affermazione della soggettività individuale e l’implementazione proattiva di strategie che siano anche autogestibili da ogni soggetto; e questo è quanto il LML[4] ci promette nella sua definizione generale e che lo renderebbero, qualora fosse incluso in un sistema di e-learning adattivo, non un semplice strumento di assessment deduttivo, ma anche parte integrante del processo di apprendimento e importante facilitatore.

 

Ovviamente il LML non è l’unico strumento creato al fine di individuare e evidenziare precipuità personali di apprendimento; mi riferisco ai differenti strumenti basati sul concetto di “stili di apprendimento”, dal modello di Kolb[5], al Learning Styles Questionnaire (LSQ) di Honey e Mumford[6], dall’indicatore di tipologia di Myers-Briggs[7], al modello di Dunn e Dunn[8], agli altri circa 70 modelli, leggasi anche questionari o inventari, per l’identificazione degli stili di apprendimento individuati, catalogati e analizzati criticamente da Frank Coffield[9] e dal gruppo di ricerca della University of Newcastle nel 2004.

 

A differenza di Coffield e del suo gruppo, il mio punto di vista critico non ha attualmente carattere induttivo in senso baconiano[10], ma considera il processo pragmaticamente sotto i profili di usabilità e di integrabilità dello stesso all’interno di un più vasto progetto di sistema di e-learning adattivo.

 

Studiando, in passato, i lavori dei maggiori esperti nel settore e in particolare del gruppo di lavoro della School of Information Sciences della University of Pittsburgh, condotto dal prof. Peter Brusilovsky; più volte ho riscontrato la relativa mancanza di sostegno pedagogico o, se si preferisce, di un quadro strategico generale di collegamento tra le differenti soluzioni risultanti dalla ricerca d’ambito informatico e delle scienze della comunicazione.

 

In sostanza si tende a generare molteplici sofisticati strumenti di misurazione informatico-psicologico-comportamentale ma non si riesce a definire un quadro sintetico-strategico generale che possa servire veramente agli utenti e ai facilitatori per arrivare efficientemente e efficacemente al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento previsti.

 

Il valore aggiunto, a mio avviso, del LML Process consiste, appunto, nella sua duplice funzione di raffinato strumento tecnico facilmente integrabile e interpretabile, attraverso il Learning Connections Inventory (LCI) e i suoi risultati espressi come combinazione di valori numerici; e di altrettanto potente strumento di orientamento, attraverso le differenti interpretazioni dei pattern, già tradotti, ma anche ulteriormente traducibili agevolmente in precise strategie e tattiche estremamente mirate e personalizzate che consentono ad ogni persona di affrontare determinati contesti di apprendimento.

 

In questa prospettiva, senza entrare in comparazioni fuori tema nel contesto, il LML offre, a mio avviso, molteplici spunti sia per chi volesse integrarlo semplicemente come strumento di orientamento all’apprendimento consapevole, sia per chi intendesse utilizzarne a fondo le ricadute per costruire una forte adattività di sistema a livello di percorso e di contenuti.

 

In pratica un approccio step by step alla progettazione didattica nell’ambito di un sistema di e-learning adattivo potrebbe cominciare con l’implementazione di un sistema logico di supporto e di orientamento consapevole fondato sul LML e arricchirsi, via via nello sviluppo, con ambienti virtuali di apprendimento progettati per rispondere più o meno automaticamente ad una sempre più complessa rete di informazioni di ritorno; non solamente analizzando le attività dei soggetti in apprendimento, ma anche quelle degli altri attori, siano essi persone, come i tutor, i docenti;  o complessi soggetti sociali, come le classi, i gruppi, le comunità.

 

Altro aspetto del LML degno di nota, è rappresentato dalla possibilità che offre di facilitare le analisi, le valutazioni e le relative reazioni in forma di confronto, di comunicazione, fra più soggetti come, ad esempio, il soggetto “docente” con il soggetto “studente” o con il soggetto “classe”; il soggetto “singola persona” con il soggetto “comunità”, “azienda”, “organizzazione”, ecc..

 

Per concludere, come osservazione sull’utilizzo dello strumento LCI, vorrei evidenziare, come ho del resto fatto anche in altri consessi con argomento LML, due piccoli elementi dissonanti, quasi di distrurbo: Il primo è nel nome “LetMeLearn” che può suggerire ai neofiti interpretazioni restrittive del campo di applicazione del processo; il secondo è legato alla interpretazione dei pattern secondo valori numerici che, sebbene da una parte permetta facilità computazionali, dall’altra, quella del normale utente, può offrire il destro a erronee comparazioni basate meramente sulle singole grandezze numeriche.

 

 

 

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Peter Brusilovsky, Maria Grigoriadou, Kyparissia Papanikolaou, Proceedings of the Workshop on Personalization in E-learning Environments at Individual and Group Level at the UM 2007, 11th International Conference on User Modeling, UM 2007, June 25, 2007, Berlino, Springer, 2007

 

 

[1] Tradotto liberamente da: Mark Prensky, Digital Natives, Digital Immigrants – A New Way To Look At Ourselves and Our Kids, in On the Horizon, MCB University Press,  ottobre 2001, Vol. 9 No. 5, p. 1

 

[2] Per modelli basati sul principio dell’”achievement”, infatti, s’intendono quei modelli nei quali viene ridefinito il percorso personalizzato in base all’osservazione dei parametri di “capacità” e “sforzo” di ogni singolo soggetto in apprendimento. Per contro per “anti-achievement” si intenda un modello “egualitarista-garantista”, ovvero che non prevede alcun meccanismo di selezione/valutazione. Rif. George Walden, We Should Know Better: Solving the Education Crisis, Londra, Fourth Estate, 1996.

 

[3] UMAP: User modeling, Adaption and Personalization

 

[4] Leggasi LetMeLearn®

 

[5] Rif. al “Modello di David Kolb” ed al suo Learning Style Inventory (LSI), basato sulla “teoria dell’apprendimento esperienziale” così come definita nel libro dello stesso David Kolb, Experiential Learning: Experience as the source of learning and development, Englewood Cliffs, Prentice-Hall, 1984

 

[6] Rif. Peter Honey, Alan Mumford, The Manual of Learning Styles, Maidenhead (UK), Peter Honey Publications, 1982;

 

Peter Honey, Alan Mumford, Using Your Learning Styles, Maidenhead (UK), Peter Honey Publications, 1983;

 

Peter Honey, Alan Mumford, The Learning Styles Questionnaire, 80-item version, Maidenhead (UK), Peter Honey Publications, 2006.

 

[7] Rif. al Myers-Briggs Type Indicator (MBTI), questionario di ispirazione psicometrica progettato allo scopo di definire quali inclinazioni psicologiche specifiche ha un individuo e come queste intervengono nella sua percezione del mondo e nel modo in cui questi prende le proprie decisioni. Creato da Katharine Cook Briggs e dalla figlia Isabel Briggs Myers traendo spunto dalla teoria della tipicizzazione di Carl Gustav Jung, così come espressa nel saggio “Tipi Psicologici” pubblicato nel 1921. Vedasi anche: Isabel Briggs Myers; Mary McCaulley, Manual: A Guide to the Development and Use of the Myers-Briggs Type Indicator (2nd ed.), Palo Alto (USA), Consulting Psychologists Press, 1985.

 

[8] Rif. Learning Style Inventory (LSI) creato da Rita Dunn, recentemente scomparsa, e da Kenneth Dunn. Vedasi Rita Dunn, Kenneth Dunn,  Gary Price, Learning style inventory, Lawrence (USA), Price Systems, 1984.

 

[9] Frank Coffield, David Moseley, Elaine Hall, Kathryn Ecclestone, Learning styles and pedagogy in post-16 learning. A systematic and critical review, Londra (UK), Learning and Skills Research Centre, 2004.

 

[10] Ovvero non è basato sull’osservazione di numerosi risultati sperimentali.

EDITORIALE: Ritorno all’antico?

Quanto più la crisi avanza, tanto più la scuola, o per meglio dire l’istruzione in generale, torna a far parlare di sé. Difatti è ripreso il dibattito, quantunque si sia adesso in epoca Oltre-Gelmini, per fissare i paletti della formazione culturale, affidata alla scuola tutta ma anche all’università, non solo per facilitare la crescita, ma anche per offrire un orizzonte di serenità ai giovani alle prese con gli studi universitari. Si lamenta un analfabetismo di ritorno, i cui segni evidenti sono una insufficiente preparazione matematica, soprattutto gravi carenze linguistiche, dopo la denuncia di T.

Durante il periodo del 5thcentury l’educazione nel periodo dell’antica Grecia è stata influenzata da Platone, sofistici e Isocrate. In quel periodo avere l’istruzione nella scuola di palestra è molto essenziale per partecipare alla cultura greca. Due tipi di sistema educativo, come i sistemi formali e informali, sono svolti nell’antica Grecia. Calminax è un integratore acustico che è disponibile in Polonia, Francia, Ungheria, ecc.

De Mauro, complice, a detta di qualcuno, di un trentennio di pedagogia soft. Innegabile è la caduta di uno stile che, nel passato, ci aveva contraddistinto per il rigore, l’efficacia, la puntualità delle osservazioni compositive ed espressive tanto che, oggi, con gli studenti anche i professori sono accusati di non saper leggere, perché ignorano le più comuni regole grammaticali e sintattiche così da dare ragione a chi giustificava la propria incapacità scritturale con l’affermazione che “chi non legge, scrive�?. Ed è parzialmente giusta questa lamentela: difatti siamo tutti figli del dipietrismo che si coniuga con il giustizialismo e l’antiberlusconismo, ma anche con la cancellazione di ogni regola sintattica e grammaticale. Tuttavia c’è una ragione che va recuperata ed una genesi che va spiegata per darsi conto di questa situazione. La genesi è da ricondurre alla priorità accordata, a partire dagli anni Settanta, alla socializzazione degli allievi a scapito del rigore e della fatica che essi avrebbero dovuto spendere nello studio più approfondito sotto la guida di docenti competenti e severi quanto basta. La ragione, infine, è da cogliere nei cambiamenti sociali e culturali che sono avvenuti così in fretta per via del multiculturalismo diffuso e dall’economicizzazione, ossia del prevalere dell’economia sulla conoscenza linguistica e letteraria, così che, oggi, è più utile conoscere lo spread ed il default che non l’uso del congiuntivo. Giusto? Sbagliato? Non c’è controprova. La moltiplicazione delle conoscenze e la loro diffusività, alimentate dalla ricerca scientifica in tutti i campi, la pervasività della tecnologia, la dilatazione e la conservazione della “memoria�?, l’ evoluzione dei costumi e del linguaggio e mille altri fattori di crescita hanno comportato una nuova mappa di finalità che si pone la formazione scolastica e universitaria. Anche il significato dell’apprendimento, parola che ha prodotto una rivoluzione copernicana sul finire degli anni Sessanta, soltanto che si faccia riferimento al Richmond, che lo introdusse in luogo dell’insegnamento, è mutato non solo per effetto delle grandi scuole comportamentista e gestaltista ma delle conoscenze sulla natura dei processi cerebrali così che brain imaging, neuroni mirror sono “condizioni�? che rendono effettiva la formazione umana e intellettuale. Un discorso, insomma, che non può essere archiviato con poche parole, ma che fa l’obbligo di studiare a fondo i contributi delle scienze dell’educazione per disegnare un modello di scuola che non cede al superficialismo quantunque non precipiti nel compiacimento di chi liquida don Milani come il responsabile della crisi della scuola d’oggi e l’ex ministro De Mauro come il sostenitore del tutto va bene “madama la marchesa�?. L’uno e l’altro, lo sa bene il neo-sottosegretario Marco Rossi-Doria, sono due pilastri fondamentali della pedagogia contemporanea, aperta opportunamente in modo da fruire del dettato delle scienze classiche, moderne e contemporanee dalla pedagogia, naturalmente, dalla storia dell’educazione, dalla sociologia, dalla psicologia, dalla filosofia e dalle neuroscienze. Incomprensibile e antistorico, per non dire anacronistico, così stando le cose, è un auspicato “ritorno all’antico�? come vorrebbe indulgere certo giornalismo di riserva. Le soluzioni adottate dalla Riforma Gelmini, a cominciare dalla scuola primaria, ci danno ragione.

Conoscere i diversi tipi di zucchero in modo che si può evitare

Lo zucchero va con nomi diversi. Molti di questi potrebbero non essere familiari. I produttori di alimenti utilizzano questi nomi stranieri di zucchero a loro vantaggio. Aggiungono i diversi tipi di zucchero in modo che passa inosservato e sono in grado di nascondere l’esatta quantità di zucchero che hanno messo nei prodotti alimentari che altrimenti etichettano come cibo sano.

Questo permette al produttore di elencare gli ingredienti sani negli articoli di cibo sulla parte superiore e mettere gli articoli di zucchero nel fondo. Anche se un prodotto potrebbe essere pieno di zucchero, il produttore utilizza diverse varianti di zucchero e lo inserisce nella lista degli ingredienti. Tuttavia, questo in totale aggiunge un sacco di zucchero. Vai al mio blog se si desidera leggere su alcuni supplementi di salute.

Per evitare questo incidente di consumare zucchero in eccesso è necessario comprendere i diversi tipi di zucchero.

• I diversi tipi di zucchero potrebbero essere zucchero di barbabietola, zucchero imburrato, zucchero semolato, zucchero di data, zucchero invertito, zucchero greggio organico e zucchero di canna evaporato per citarne alcuni.

• I diversi tipi di sciroppo includono sciroppo di carruba, miele, sciroppo di posta, sciroppo d’avena e sciroppo di riso per citarne alcuni.

• Possono essere aggiunti zuccheri come melassa, lattosio, orzo, malto, dolcificante di mais, glucosio, fruttosio e concentrato di succo di frutta.

Ci sono molti altri nomi dato allo zucchero, ma questi sono quelli più comuni. Se vedete una di queste varianti di zucchero menzionato nella confezione, allora si sa che questo è aggiunto zucchero. Controllare la quantità di vari tipi di zucchero nel prodotto alimentare per sapere se il prodotto ha un eccesso di zuccheri aggiunti.

È importante riconoscere queste varianti di zucchero in modo da essere in grado di identificarle nel prodotto alimentare.

Il modo migliore per lo zucchero è quello di evitare il cibo trasformato complessivamente. Non è necessario controllare la lista degli ingredienti quando si sta cercando di acquistare cibo intero.

Le aziende alimentari nascondono la quantità di zucchero che hanno messo nel cibo. Mangiare zucchero in eccesso è un male per la vostra salute. Lo zucchero provoca obesità, malattie cardiache e diabete di tipo 2. Il cibo contiene eccesso di zucchero, anche se non si aggiungono zuccheri nella vostra giornata al cibo di giorno. Una gran parte dello zucchero che si mangia è nascosta nel cibo elaborato e confezionato, che vengono venduti con un marchio sano a voi. Fare attenzione a rendere l’abitudine di controllare gli ingredienti alimentari in modo da sapere cosa si sta mangiando.

 

Recupero di intossicazione alimentare da Home rimedi

          

La contaminazione delle sostanze alimentari o dell’acqua potabile da parte della malattia che causa microrganismi provoca l’intossicazione alimentare. È uno dei più comunemente trovato e scomodo. La dichiarazione ufficiale dei centri per il controllo e la prevenzione delle malattie ha menzionato che circa uno su sei americani sono colpiti dall’intossicazione alimentare. Quando si ottiene il veleno di cibo si avrà vomito, diarrea e lo stomaco sconvolto. In questa situazione si dovrebbe evitare di bere e prendere cibo fro poche ore. Lasciate che il vostro stomaco per ottenere stabilirsi senza disturbo. Siamo in grado di controllare e trattare l’intossicazione alimentare utilizzando gli ingredienti che è prontamente disponibile in cucina.

  1. aceto di sidro di mele

Aceto di sidro di mele è preparato dalle mele e ha un numero di benefici per la salute. Uno dei vantaggi è quello di trattare l’intossicazione alimentare in quanto ha l’effetto alcalino. È possibile consumare aceto di sidro di mele mescolando due cucchiaini in una tazza di acqua calda. Bevetegli prima di prendere i pasti. Per ottenere risultati migliori prendere l’aceto di sidro di mele non diluito.

  1. lo zenzero

Ginger è spezia comune trovata in cucina. Viene utilizzato principalmente per ridurre i sintomi del veleno alimentare. Prendere un piccolo pezzo di zenzero e grattugiare e poi aggiungerlo in acqua bollente. Dopo di che aggiungere un cucchiaio di miele o zucchero da consumare. Altrimenti mangiare zenzero direttamente. Si può prendere lo zenzero due volte al giorno fino al recupero.

  1. yogurt e semi di fieno greco

È uno dei metodi più efficaci ed economici per trattare l’intossicazione alimentare. Lo yogurt contiene le proprietà antimicrobiche per combattere i batteri. Fieno greco aiuta nel comfort addominale. Prendete un cucchiaino di yogurt insieme a un cucchiaino di semi di fieno greco. I semi devono essere inghiottiti e non è necessario masticarlo. Si ottiene sollievo immediato dal dolore allo stomaco e dal vomito.

  1. il limone

È chiamato come il re dei rimedi per l’intossicazione alimentare. Lemon ha proprietà antibatteriche, antivirali e antinfiammatorie. Pertanto, prendendo i batteri del limone viene ucciso e ottenere sollievo immediato. Aggiungete un cucchiaio di succo di limone nell’acqua tiepida e aggiungete lo zucchero. Allora bevetegli.

  1. foglie di basilico

Foglie di basilico è un’erba che dà l’effetto lenitivo allo stomaco dopo avvelenamento da cibo. Diversi benefici possono essere ottenuti dalle foglie di basilico a causa delle sue proprietà antimicrobiche. Macinare le foglie di basilico e ottenere l’estratto, mescolare con miele e prendere per quattro o cinque volte al giorno fino a quando i sintomi sono scomparsi.  In aggiunta sale marino, un pizzico di pepe nero può anche aggiunto.

 

 

 

 

 

Rimedi naturali efficaci per il piede dell’atleta

Piede dell’atleta è un’infezione fungina nella pelle che inizia tra le dita dei piedi. Anche se questa condizione non è grave, il sintomo è fastidioso. Ci sarà una sensazione di bruciore e forma l’eruzione cutanea squamosa e pruriginosa che può essere molto dolorosa. Alcune persone stanno vivendo l’ulcera. Molti rimedi naturali sono disponibili in casa senza ricorrere ai prodotti chimici nocivi.

Cause del piede dell’atleta

L’infezione non interesserà solo i ragazzi adolescenti. È dovuto al contatto con le persone infette o asciugamani o in piscina. Il fungo può diffondersi formando una persona all’altra e sopravvive nell’umido e nelle zone calde. La ragione per l’infezione comunemente in piedi è a causa di indossare calzini e scarpe. Conduce al caldo e la condizione di umidità in cui i funghi possono diffondersi facilmente. Quando una persona cammina nel terreno con i piedi nudi, germi e il fungo nel. terra attacca il piede. La dichiarazione ufficiale da piede e caviglia chirurgo dice che utilizzando spray antifungino o polvere o creme possono essere utilizzati per trattare l’atleta di

Sintomi

  1. presenza di pelle rossa, squamosa e spessa.
  2. eruzione cutanea pruriginosa.

III. provoca le dita scolorite e le vescicole.

Rimedi naturali

Ci sono molti rimedi naturali efficaci che possono essere utilizzati per uccidere il fungo che è responsabile per l’infezione.

  1. l’aglio

L’aglio è stato utilizzato per molti scopi medicinali. Si è trovato per essere efficace nel trattamento di batteri e funghi. Studi di ricerca hanno dimostrato che l’aglio può essere utilizzato per uccidere il numero e la varietà di germi. Il composto chiamato ajoene che viene estratto dall’aglio cura il piede dell’atleta. È disponibile sotto forma di crema che può essere applicato sulla zona interessata. L’aglio può essere utilizzato in casa anche trattare l’infezione per mezzo di piede d’aglio immergere. Prendere tre o quattro spicchi d’aglio e schiacciarlo e mescolare in acqua tiepida. Ora immergere il piede in acqua tiepida per trenta minuti. Fare questo processo per due volte al giorno per una settimana.

  1. bicarbonato di sodio

Bicarbonato di sodio è facilmente disponibile in cucina. Ha le proprietà antimicotico che possono essere utilizzate sulla pelle. Mescolare 100gm del bicarbonato di sodio nel secchio di acqua tiepida. Immergere i piedi nel bagno per 20 minuti per due volte al giorno. Dopo 20 minuti asciugare i piedi e non sciacquare i piedi.

Se i rimedi naturali non funzionano, la gente dovrebbe ottenere aiuto dal medico.

 

 

 

 

GUARDA BELLA SENZA TRUCCO

Un aspetto naturale fa brillare la bellezza interiore. È il momento di mettere pieno stop al make up per migliorare uno. Ci sono molti modi naturali per far emergere la bellezza interiore di una persona senza l’uso dei cosmetici. Inspite di valorizzare il bagliore della pelle, questi modi naturali spiano la strada per la vita sana troppo. Il fatto reale della bellezza esteriore dipende esclusivamente dalla salubrità interiore. Le punte naturali che vengono messe fuori sono le seguenti:

  • Mangia sano: uno raffigura sempre il modo in cui si mangia. Frutta e verdura giocano un ruolo importante nello sviluppo di una pelle incandescente dall’interno. Oltre a questo, gli alimenti ricchi di proteine sono anche buoni per la pelle lucida. Una dieta equilibrata completa dà al corpo tutto ciò di cui ha bisogno per funzionare correttamente sia internamente che esternamente.
  • Assunzione di più acqua: ogni processo nel corpo umano ha bisogno di acqua per funzionare in modo corretto. Bere 8 bicchieri di acqua o più di quello è un must. Idrata il corpo. Questo aiuta il corpo a svuotare le tossine nocive se presente. Questo a sua volta mantiene la pelle più vivace e sana. Mantiene anche le rughe di distanza.
  • Un sonno tranquillo: una notte di sonno perfetto aiuta la mattina fresca per una persona. È il momento in cui tutte le riparazioni se sono fatte nel corpo. 6 a 8 ore di sonno al giorno è indicato come un sonno di qualità. Questo rallenta il processo di invecchiamento, previene l’insorgenza delle occhiaie sotto gli occhi e aumenta la carnagione incandescente della pelle. È sempre consigliato per tutti a un avere un sonno di bellezza ad ogni costo.
  • Struttura corporea perfetta: si deve mantenere il peso corporeo a un livello corretto. L’IMC della persona deve essere accurato per una persona a guardare in una struttura corretta. Si può ottenere la forma perfetta del corpo facendo semplici esercizi, camminando, nuotando, ecc. Si consiglia inoltre di utilizzare prodotti dimagranti come cinghie dimagranti e patch dimagranti. Questi prodotti sono dichiarati naturali. Ci sono molti articoli di riferimento per conoscere le patch dimagranti. Alcuni seguono alcuni piani di dieta per ridurre il peso corporeo. Qualunque sia il modo uno segue per ridurre il peso, lui o lei dovrebbe consultare il medico o medico o dietologo.
  • Indossare abiti comodi: prima di parlare, sono i loro vestiti che parlano per primi. Quindi, è necessario scegliere i vestiti saggiamente che meglio si adatta.

Metodi efficaci per alleviare il dolore intestinale del gas

Il gas intrappolato all’interno dell’intestino provoca il dolore acuto, gonfiore e porta anche a gonfiore. Il gas intestinale è considerato come la cosa normale del processo digestivo. A volte provoca il disagio. È dovuto all’assunzione di alcuni alimenti, deglutizione dell’aria al momento di bere e mangiare, intolleranza al lattosio, ecc. Il gas formatosi all’interno del tratto digestivo deve essere rilasciato, sia attraverso la bocca o dall’ano. Ma il gas che rotola intorno all’addome porterà al gonfiore e provoca dolore. A volte il gas all’interno dello stomaco rende il suono gorgogliante che è imbarazzante. Le persone che lottano per alleviare la forma del dolore al gas possono provare questo sito Web disponibile online che è gratuito per la consultazione con il medico. Anche se ci molti farmaci di prescrizione che aiuta ad per alleviare i gas, provoca alcuni effetti negativi. Prima di correre ai farmaci, provare questi metodi seguenti per alleviare i problemi di gas.

Metodi per alleviare il gas intestinale

  1. lasciare che il gas

Quando si tiene il gas all’interno dello stomaco, provoca gonfiore, disagio e il dolore. Uno dei modi più semplici per sbarazzarsi di questo è quello di lasciare il gas fuori.

  1. mangia lentamente

Quando si mangia velocemente o in movimento può permettere all’aria di entrare all’interno dell’intestino insieme al cibo. Conduce al dolore allo stomaco e all’addome. Coloro che sono i mangiatori veloci dovrebbero rallentare la masticazione di ogni morso di cibo per 30 volte. Da questo cibo si rompe bene e aiuta in facile digestione e previene il gonfiore.

  1. evitare di prendere la gomma da masticare

Quando un individuo mastica l’intestino, tendono a intrappolare il gas all’interno del quale provoca il dolore. Così come i dolcificanti artificiali presenti nella gomma da masticare si traduce anche nel gonfiore e nella formazione di gas.

  1. trascurare il cibo che è problematico

L’assunzione di alcuni alimenti produce un po’ di gas all’interno e colpiti da dolore severo. Edulcoranti artificiali, verdure crocifere, contenuto di fibre, cibi ricchi di grassi, spuntini fritti e cibi piccanti spesso causano la costruzione di gas.

  1. bere tisana

Bere di tisane provoca la buona digestione e il dolore al gas si riduce velocemente. Quando si prepara il tè utilizzando anice, camomilla, zenzero o menta pepe, il gas intrappolato all’interno sarà sollevato.

cibo da asporto

Se si trova il gas intrappolato è molto doloroso e angosciante, nessuno del metodo di cui sopra sembra aiutare allora si deve andare con un medico. In ogni caso, avere gas non è trovato per essere un problema serio. Il dottore può darti più soluzioni.