Aspetti, temi e problemi di geografia culturale in Europa

Nel vasto scenario geopolitico mondiale, ove forze emergenti di espansionismo globalizzante sono pronte ad omologare culture, storia, identità di popoli tra loro diversi, sotto l’egida di un indiscriminato universalismo di mercato trainante, a sua volta, processi culturali, l’Europa può giocare un ruolo di primo piano sia proponendo un proprio modello culturale, che una propria via per evitare che gli attuali equilibri intercontinentali, così faticosamente conquistati, naufraghino drasticamente.

L’Europa, proprio perché costituzionalmente complexio oppositorum[1], unitaria nella sua armonizzazione degli opposti, forte della consapevolezza della propria unità nella differenza, può assumersi, quale mediatrice ed elaboratrice di civiltà, il compito di proporre un nuovo modello di sviluppo culturale e sociale che risponda al fine universalistico di difendere nel mondo l’effettivo pluralismo.

Per comprendere appieno tali peculiarità dell’Europa non basta, tuttavia, osservare i processi storici, geografici, culturali ed economici, ma è necessario guardare allo

spazio geo-culturale europeo in prospettiva sinottica e comparativa con le altre realtà socio-economiche.

Molte civiltà hanno infatti espresso alte esperienze culturali[2], ma l’Europa è stata, e continua in parte ad essere, teatro di grandi civiltà potenti da un punto di vista politico, ricche da un punto di vista umano, importanti da un punto di vista culturale.

Per essere consapevoli della portata di questa peculiarità dell’Europa, dunque, è necessario ripensare alla gloriosa esperienza storica, sotto l’aspetto politico, militare, religioso, sociale, culturale, scientifico e tecnico, spirituale, umano, impregnato di grandi momenti di gloria e di disfatta, di manifestazioni spirituali e di innovazioni tecnologiche, di un radicato sentimento spirituale esplicatosi nelle forme di civiltà solo apparentemente antitetiche.

Il grande patrimonio culturale lasciato dalla civiltà greca, da quella romana e da quella cristiana diviene europeo con il Rinascimento e coinvolge l’intero patrimonio culturale mondiale, nell’epoca in cui si consolida la “esportazione” di fenomeni culturali ed economici quali l’Umanesimo, l’Illuminismo, la Rivoluzione industriale e quella Francese che portano l’Europa a divenire nel XIX sec. il centro del mondo. Quando la civiltà nordamericana e quella giapponese comincieranno ad opporre sistemi economico-politici alternativi, gran parte dell’umanità era ormai venuta a contatto con la civiltà europea, parlava lingue europee, professava religioni europee, seguiva un sistema economico europeo, aveva una struttura istituzionale europea[3].

La politica di equilibrio delle contraddittorietà etniche, sociali, politiche e religiose, che l’Europa ha tenacemente perseguito per secoli, viene tuttavia bruscamente interrotta dagli eventi che portano alla seconda guerra mondiale; così, dopo il 1945, l’Europa, abbandonando le sue consuetudini sotto l’aspetto storico e sociale, fondate su costanti sforzi di riequilibrio, ha preso posizioni ben marcate: nell’Europa occidentale in ordine alla politica filostatunitense, nell’Europa orientale in ordine a quella sovietica.

L’Europa, dunque, pur mantenendo un elevato prestigio presso il resto del mondo si spacca nelle sue componenti occidentale ed orientale.

La seconda guerra mondiale ha cambiato l’intero pianeta, quindi, ma ha cambiato fortemente soprattutto l’Europa sia per le enormi ferite lasciate aperte sia per la perdita di potenza rispetto al resto del mondo al punto da dover accettare l’aiuto degli Stati Uniti per rimettere in piedi una economia distrutta.

Da qui l’asservimento, condivisibile o meno, a questi poli antitetici da parte delle classi politiche e sociali che, allineandosi ideologicamente ai modelli proposti dai due schieramenti, ed abiurando alla propria altissima e millenaria tradizione, non hanno percorso una via alternativa che tenesse conto delle peculiarità della civiltà di appartenenza[4].

La volontà di costruire nel cuore dell’Europa una barriera contro le mire espansionistiche sovietiche ad Ovest, ed una contro quelle statunitensi ad Est, interrompe, in qualche modo, il processo di una solida costruzione economica, politica ma, soprattutto, culturale europea, ed affievolisce la possibilità per l’Europa di aprirsi in termini di internazionalità e flessibilità.

Ciò provoca una politica di assoggettamento e di dipendenza ad Ovest nei confronti degli USA, e ad Est, nei confronti dell’Unione Sovietica.

Questo fenomeno appare soprattutto grave nei suoi aspetti culturali; si disgregano, così, secolari tradizioni storiche e civili, e si assiste, drasticamente, ad una operazione di discrasia storica; l’Europa occidentale viene sempre più sospinta verso l’influenza della cultura statunitense, mentre molto più pregnante è anche lo stabilirsi di rapporti con l’occidente americano nel campo economico e sociale. Visti anche i tempi brevi in cui il tutto è avvenuto, le vengono, infatti, a detta degli scettici, giustapposti, o, secondo alcune correnti di pensiero, addirittura innestati forzatamente, modelli di vita, sganciati dalle fondamenta geografiche, economiche e sociali delle popolazioni, modelli che, sebbene originati negli ultimi secoli da culture prevalentemente europee, si sono poi costruiti una loro diversa identità in realtà territoriali e storiche completamente nuove, che spesso non hanno tenuto conto delle radici europee.

Al contrario, i Paesi schierati con il fronte orientale si trovano a dover rinunziare alle proprie tradizioni e alla propria identità, in nome di una massificazione indiscriminata, dettata da una costante pressione ideologica del regime comunista.

Se tale distinzione tra zone d’influenza contrapposte si profilava come una soluzione transitoria per superare le difficoltà post-belliche, ben presto l’inconciliabiltà tra i regimi comunisti e quelli occidentali portò alla consolidazione di tale contrapposizione che a tutt’oggi si tenta ancora di estirpare.

Le due anime europee, che sin dalla civiltà greca avevano convissuto più o meno pacificamente, si definiscono e si distinguono geograficamente e tale contrapposizione più evidente si realizza con la progressiva separazione tra Germania occidentale ed orientale culminata con la costruzione del muro di Berlino nel 1961, ignominia che sarebbe crollata solo 28 anni dopo con la fine della guerra fredda che aveva lacerato il mondo per più di 40 anni.

Queste “violenze” perpetrate dall’Europa ed all’Europa, assumono una valenza anche superiore se si riflette su quello che è stata, prima del ’44, la civiltà europea nell’ambito del panorama mondiale, e su quello che potrebbe essere ancora il suo posto. Se è indubbio che ormai le basi economiche delle grandi potenze industriali si sono diversificate, è altresì incontestabile che l’Europa continua ad essere un polo essenziale nello sviluppo mondiale con la sua ricchezza culturale ed artistica e la sua influenza politica.

Eppure, se si guarda alle dimensioni, l’Europa è seconda solo all’Oceania come parte più piccola del globo con una superficie di 10.369.034 kmq, se si comprende la parte europea della Russia.

In merito, uno dei primi problemi che emerge è se l’Europa possa essere considerato semplicemente un continente, oppure no.

I caratteri fisici e geografici, assolutamente diversi dagli altri continenti, non le farebbero, infatti, guadagnare il carattere di continente nel senso comune del termine, ma sono le vicende storiche, sociali e di evoluzione culturale dei suoi popoli che le consentono, invece, di essere considerata tale.

Infatti, geograficamente, l’Europa rappresenta l’appendice occidentale del vasto continente eurasiatico i cui confini dai contorni definiti ad Ovest, Nord e Sud divengono controversi, sia per ragioni geografiche che anche per motivi politici, ad oriente ove la Russia rappresenta un “unicum” con la sua sezione europea e quella asiatica[5].

Alcuni studiosi[6], a tal proposito, considerano l’Europa una penisola del continente eurasiatico, e si pongono il problema se essa, visto che presenta le caratteristiche peninsulari continentali ed insulari, appartenga all’una o all’altra categoria geo-territoriale, o piuttosto non rappresenti un misto dei due caratteri.

In realtà l’Europa, dunque, è un continente non nella sua costituzione geografica, ma nella molteplice costituzione culturale.

Il tentativo di assegnare l’Europa all’occidente o all’oriente, quindi, si complica ulteriormente.

Se dal puto di vista storico l’Europa si identifica con l’Occidente, mentre da quello geografico, con l’Oriente, è altrettanto vero che una netta distinzione tra due poli alternativi ed inconciliabili tra loro appare come una mera forzatura definitoria.

L’Europa, quindi, è tanto Oriente quanto Occidente, perché terra di transizione tra Oriente e Occidente; è stata e continua ad essere, dunque, il luogo in cui i due poli si incontrano, si identificano e si differenziano.

Da qui nasce il ruolo di grande mediatrice di civiltà differenti assegnato all’Europa, grazie alle peculiarità economiche, politiche, sociali e spirituali, proprie dei due mondi; da una parte, il carattere funzionale, materiale, razionale, tecnologico e scientifico dell’Occidente, dall’altro, quello contemplativo, mistico, spirituale dell’Oriente.

uesto suo essere ancora una volta un tentativo di unità nella diversità, le assegna quindi quel ruolo storico importante di trait d’union tra Est ed Ovest, piuttosto che di campo di battaglia di due schieramenti. Ciò è stato evidenziato, ancor più, dall’incontro-scontro delle due grandi religioni, la cristiana e la islamica, che proprio sul tuo territorio si sono confrontate drammaticamente.

L’individualità dell’Europa va, dunque, oltre la definizione dei confini geografici, così come la sua importanza non è affatto proporzionata alle sue dimensioni, ma trae origine dall’ambiente naturale che ha offerto condizioni ottimali che i popoli insediati hanno saputo sfruttare dando vita ad un patrimonio culturale rigoglioso che appartiene all’intera umanità.

Posta al centro dell’emisfero continentale, difatti, l’Europa si trova in una posizione privilegiata e di continuo interscambio con l’Asia, l’Africa e l’Atlantico che sin dall’antichità ha permeato la sua cultura di universalismo e pluralismo.

  1. B) UNIVERSALISMO E PLURALISMO DELLA CULTURA EUROPEA.

Da quanto detto, si può evincere come sia propria dell’Europa una civiltà universalistica e contemporaneamente pluralistica, o meglio ancora pluralistica-universalistica e universalistica-pluralistica[7].

Storicamente il concetto di universalismo è un parto tipico della cultura occidentale elaborato nel corso dell’ottocento per giustificare l’espansionismo colonizzante dell’epoca, come contrapposizione tra il modello di civiltà occidentale e forse “presuntuosamente” definito universale e le civiltà non occidentali.

Ma il concetto di universalismo assume connotati più specifici se si mettono da parte le tendenze assolutistiche.

L’ampio ed articolato ventaglio storico sempre aperto e disponibile ad una continua volontà interrelazionale, sia culturale che economica con interlocutori “diversi”, infatti, è indice della universalistica capacità della civiltà europea di aprirsi all’esterno che si traduce al contempo in una intima capacità pluralistica, attestata dalla varietà delle forme istituzionali[8] e dalle svariate identità nazionali legate a tradizioni secolari che si battono contro una politica internazionalistica e omologatrice che condurrebbe ad indiscriminare tutto.

E’ bene evidenziare la peculiarità dell’atteggiamento universalistico e nel contempo pluralistico dell’Europa, non solo in assoluto ma soprattutto in relazione agli atteggiamenti propri delle altre civiltà[9].

Il banco di prova più importante che si trova a fronteggiare oggi l’Europa è l’incontro scontro tra Oriente ed Occidente, ed in particolare tra le due grandi religioni dominanti nel globo: il Cristianesimo e l’Islam. Il che non è un fenomeno affatto nuovo se si considera che, da quasi 15 secoli, il continente europeo è stato spesso campo di battaglia tra musulmani e cristiani[10].

La posizione universalistica e pluralistica europea, trova, però, il proprio organo propulsore in quello che è considerato non solo un mezzo esteriore di comunicazione, ma uno strumento di pensiero, di analisi, di concettualizzazione, vale a dire la lingua.

In tal senso, la ricchezza linguistica dell’Europa, non tanto per quantità quanto per la copiosa gamma di articolazioni, possiede una immensa portata universalistica, in quanto ha consentito la trasmissione, la conoscenza, il riconoscimento dello sterminato patrimonio culturale dell’Europa universalistica, fattasi pluralistica attraverso la doviziosa gamma di diversità linguistiche.

Tale diversità linguistica dell’Europa, non significa conservatorismo e particolarismo, e non deve essere considerata quasi una fonte di resistenza ad una identità linguistica unitaria, e quindi causa di fragilità interna. Grazie, infatti, ai contributi di caratteri propri ed originali di ciascuna lingua, deve essere, al contrario, valutata in termini di capacità ad avviare l’identità dell’Europa, in relazione proprio all’unitarietà di un multilinguismo, specchio di un pluralismo che ha diritto di chiamarsi universalistico.

Un internazionalismo omologante che volesse ridurre tale patrimonio ad un arido monolinguismo, provocherebbe certamente una perdita irreversibile.

Il pluralismo linguistico europeo, infatti, non è particolaristico, non tenta di ostacolare lo sviluppo dell’Europa, ma rappresenta proprio l’elemento aggregatore delle culture e delle civiltà.

Parimenti non è stata particolaristica la civiltà europea, pur nelle più svariate forme[11] che hanno rappresentato la base comune del crogiuolo di culture che, a volte, proprio grazie a frequenti rapporti violenti e cruenti, ha consolidato reciproci legami ed interscambi importantissimi.

E’ indispensabile che oggi, alla luce degli ultimi avvenimenti, non si arrivi ad un’autodisgregazione di queste forme di pluralismo che possano degenerare in manifestazioni di chiusure particolaristiche, che si traducono, di fatto, in conflitti etnici in nome di una riaffermazione della propria etnocentricità e del riappropriarsi della propria identità originale che, però, inevitabilmente nascondono un’idea di gretto e ottuso etnismo-nazionalismo.

Così come è indispensabile che, in nome di uno pseudo-universalismo, le forme pluralistiche di civiltà non vengano assoggettate ad un indiscriminato monismo omologante, livellatore e massificante.

Per evitare, allora, il disagio concettuale provocato dalla cattiva differenziazione, nei più, dell’accezione semantica dei termini universalismo e pluralismo, deve essere sgomberato il campo dai pregiudizi.

Occorre pertanto sottolineare che universalismo non significa indifferenziazione, massificazione, uniformità; così come pluralismo non significa particolarismo, settorialismo, conservatorismo etnico.

Universalismo pluralistico o pluralismo universalistico[12] significano apertura, disponibilità internazionale in tutti i campi, senza pregiudizi, nei confronti del sistema culturale e civile planetario e nel pieno rispetto delle altrui forme di vita, senza per questo abdicare alle molteplici manifestazioni della propria identità nazionale, anzi proprio in virtù dell’apporto della pluralità di tali forme.

Come si è già sottolineato, solo l’Europa può assumersi l’altissimo ruolo di autonominarsi “garante” del mantenimento di un reale pluralismo, in termini, però, di universalismo.

Nella sua attenta analisi, Chiodi sottolinea come un compito così importante non possa essere svolto da un’Europa indifferenziata in tutte le sue dinamiche geo-territoriali, geo-sociali e, soprattutto, geo-politiche.

Sarebbe necessario, secondo l’autore, individuare un centro dal quale si irradino le forze propulsive finalizzate a far rientrare gli squilibri sorti, nonché a costruire una piattaforma per un futuro interplanetario più equo.

Secondo le ipotesi più accreditate, i candidati maggiormente qualificati per beneficiare di tale ruolo sarebbero le province industrializzate del Nord dell’Italia, della Francia orientale, dei Paesi Bassi e della Germania dell’Ovest, oppure la grande fascia territoriale che comprende Germania e Russia, o, ancora, quella che comprende Germania e Francia, o, infine, quella propria di una centralità germanica[13].

Considerando che tutta la regione germanica, territorialmente e non solo, si trova al centro dell’Europa, è probabile, per Chiodi, che il destino dell’Europa seguirà il suo.

Avverso comunque, qualunque ipotesi che voglia considerare la contrapposizione fra Oriente e Occidente, Nord e Sud, come valida tattica per il mantenimento dell’equilibrio, si obietta che essa seguirebbe necessariamente una linea marcata di rottura tra i due poli, che porterebbe, inevitabilmente, ad ulteriori attriti.

Dovrà essere, invece, l’Europa, non l’Oriente né l’Occidente, non il Nord né il Sud, garante di equilibrio e contenimento; contenimento di quell’universalismo livellatore proprio della politica nordamericana, di quel tentativo egemonizzatore della Russia, della esasperazione degli interessi mondiali contrapposti che verrebbero favoriti, e potenziati dall’emarginazione di fasce geopolitiche vitali, quali quella mediterranea e quella mitteleuropea, che perderebbero di valenza se diventassero solo fronti di demarcazione, o peggio, di rottura.

  1. C) MULTICULTURALISMO E ATTEGGIAMENTO DI CHIUSURA DELLA CULTURA EUROPEA.

Negli ultimi tempi, si fa sempre più acceso il dibattito sul multiculturalismo e sulla necessità di trovare un equilibrio che consenta una pacifica convivenza tra le diverse culture, soprattutto in Europa; qui il multiculturalismo, come rilevato da attenti studiosi[14], assume aspetti peculiari rispetto ad altre aree geopolitiche, che possono ricondursi, sicuramente, alle radici storiche della cultura europea, nonché al continuo confronto tra prospettive e tradizioni diverse che, in alcuni casi, appaiono difficilmente conciliabili tra loro.

La multiculturalità dell’Europa è un fenomeno riconducibile, infatti, ai processi migratori che hanno interessato in passato, e continuano ad interessare a tutt’oggi il nostro continente e che si manifesta con caratteri differenti rispetto a quelli evidenziabili in altre realtà geografiche. L’Europa, infatti, sin dall’Ottocento è stata teatro di una emigrazione di massa senza precedenti che si è evoluta nel corso dei secoli, essendo caratterizzata inizialmente da movimenti avventurieri di ceti intellettuali ed artigiani, poi, a partire dalla fine del XIX secolo, da grandi movimenti di contadini analfabeti, per giungere, infine, alle migrazioni moderne che, generate dalla espansione dell’economia, hanno acquisito un carattere di globalità

Le nuove tendenze migratorie evidenziano, altresì, un distinguo nel seno dello stesso continente Europeo tra paesi occidentali, meta di immigrati, e paesi orientali caratterizzati da un continuo esodo di popolazione.

Le motivazioni che spingono alla dolorosa scelta di abbandonare la propria terra d’origine risultano dettate, il più delle volte, dal bisogno e, dunque, influenzano drasticamente le rivendicazioni degli immigrati finalizzate, in via principale, a perseguire l’obiettivo primario della integrazione economica piuttosto che costituirsi in unità politiche e culturali [15].

lessandra Facchi[16] mette giustamente in rilievo come tali comunità accomunate dalle origini geografiche e culturali danno vita ad organizzazioni sociali che perseguono fini economici, culturali, lavorativi e religiosi, disinteressandosi, almeno in apparenza, di obiettivi politici.

L’atteggiamento dei popoli europei nei confronti delle altre culture, è, comunque, un retaggio della sua storia.

Così, nella cultura greca, l’Europa si contrappone all’Asia, non solo come entità geografica, ma come complesso di valori, identità culturale e politica; tale contrapposizione tende a identificarsi con la contrapposizione Greci-Persiani, che nel IV secolo a.C., si pensi ad Aristotele, finisce per assumere anche un significato etnico, di physis, divenendo, dunque, diversità di natura.

In quest’ottica, ogni forma di mescolanza etnico-culturale è considerata negativamente, a volte come segno di debolezza[17]. Se Sparta è nota per la sua xenofobia, però, Atene, per ragioni commerciali e culturali risulta più accogliente[18].

Diversamente nella Sicilia greca, già in tempi antichi, i regimi tirannici tendono ad incrementare demograficamente la popolazione, attraverso la concessione della cittadinanza a stranieri, mercenari soprattutto, anche non greci.: Dionigi I, estendendo la cittadinanza a popoli barbari dell’Occidente, mira a realizzare un’unità territoriale che dalla Sicilia si estende all’Europa di cui si proclama signore.

Anche se il concetto di Europa rimane una espressione geografica, i Romani riconoscono di essere un popolo misto per lingua, per sangue, per costumi, purtuttavia divengono una realtà politica fondata nella concordia della civitas.

Nell’esperienza romana la vera contrapposizione è, ancora una volta, quella tra Occidente ed Oriente; anzi è proprio nella cultura latina dell’Europa occidentale che, nel corso dei secoli successivi, il concetto di Europa recupererà, al di là del significato di regione geografica e di continente, quella pregnanza simbolica e affettiva che aveva l’Europa per i Greci e l’Occidente per i Romani, quella unità umana cui la Chiesa romana assicurerà comunione e il Sacro Romano Impero cercherà di dare significato politico.

A tutt’oggi razzismo e xenofobia sono temi scottanti che si pongono prepotentemente all’attenzione, in una Europa sempre più democratica e aperta alla diversità, in cui, però, risultano ancora presenti diffuse forme di intolleranza e di discriminazione verso gli immigrati e verso le minoranze etniche e culturali.

Come sottolinea in un’intervista Tom Burns[19], la realtà europea risulta alquanto complessa: nonostante, infatti, sia caratterizzata da una cultura liberale, racchiude in sé anche una forte cultura dell’esclusione sociale, nell’ambito stesso dei rapporti fra i suoi popoli, denotando, dunque, un forte radicamento culturale, più o meno forte, nelle realtà particolari, di xenofobia e razzismo.

La continua ricerca di una appartenenza, in un epoca in cui domina il globalismo omologante, porta i gruppi culturali europei a chiudersi verso l’esterno; questa ermetizzazione culturale ed etnica, deriva anche dalla paura che i gruppi di immigrati possano minacciare l’integrità culturale di popoli che, intimoriti, riscoprono le forme deteriori del nazionalismo novecentesco.

Burns sottolinea come un forte limite alla integrazione è la difficoltà della società a gestire le diversità, in particolare nell’ambito dei luoghi di lavoro e nella scuola.

 

In un’Europa affannosamente intenta a gestire i flussi migratori, scarsa è, invece, l’attenzione verso politiche di integrazione culturale, forse perché ancora non sono stati individuati gli strumenti idonei.

 

Burns continua sostenendo che “c’è una chiara contraddizione tra la Fortezza Europa e l’Europa Aperta proclamata nei principi dell’Unione Europea”. E tale contrapposizione riflette il fatto che nella società europea coesistono entrambe le tendenze.

 

Dopo l’11 settembre, razzismo e xenofobia sono divenuti, ormai, all’ordine del giorno: i sentimenti di intolleranza che vanno sempre più diffondendosi, potrebbero mettere in pericolo il processo di unificazione europea.

 

E’ da rilevare, però, come l’atteggiamento degli Stati europei nei confronti degli immigrati differisce da quello dei paesi del Nord-America, in quanto, pur nelle diversità delle politiche migratorie, i governi europei riconoscono come obiettivo comune il raggiungimento di una integrazione politica, sociale ed economica degli immigrati ormai stabilmente insediati, pur nel rispetto delle culture di appartenenza ed in armonia con le culture nazionali[20].

 

  1. D) DUE O TRE EUROPE?

 

Secondo la riflessione di molti studiosi[21], nel vasto panorama culturale europeo possono individuarsi due macroregioni geograficamente individuate, l’Europa occidentale e “l’altra Europa”[22], identificandosi quest’ultima con l’Europa dell’Est. A ben vedere, le differenze culturali, etiche, etniche, sociali, politiche ed economiche, che stanno alla base di due universi culturali che pur condividendo il destino geografico ed, in parte, quello storico, appaiono profondamente diversi, vi sono sicuramente modelli di civiltà diversi, focalizzabili su varie discriminanti, tra le quali l’individualismo tipico della società occidentale[23] che si oppone al collettivismo dell’Europa dell’Est, e che si riscontra anche nell’organizzazione agraria e nelle tradizioni.

 

L’una è stata, per lungo tempo, patria di cittadini, l’altra di sudditi; l’una patria dell’industrializzazione e del capitalismo, l’altra legata ad un’economia ancora arretrata; l’una culla di democrazia, tranne brevi parentesi, l’altra terreno di totalitarismi.

 

Per queste e tante altre ragioni, il modello ideologico dell’Europa occidentale appare peculiare, volto al futuro ed alle innovazioni; di contro, quello dell’Europa dell’Est solo lentamente sta aprendosi alle esperienze economiche, politiche, sociali, che l’avvicinano sempre più al modello di civiltà dell’altra.

 

Il continente europeo fornisce, dunque, un incomparabile terreno d’analisi, di studio comparativo, di interesse per un insieme di civiltà che, lungi dall’essere travolte e cancellate dalle forti spinte omologanti della nuova tecnica e della nuova economia, rappresentano, ancora, un ampio ventaglio culturale.

 

Gli studiosi più attenti e sensibili[24], non si limitano a sottolineare le differenze fra l’una e l’altra Europa, ma distinguono all’interno del continente, tre regioni culturali: Europa occidentale, orientale e centrale.

 

Regioni culturali, dunque, prive di delimitazioni geografiche, ed anzi, spesso, al di fuori dei confini nazionali[25].

 

Storiche, nonché politiche, sono le ragioni di una tale diversificazione: innanzitutto lo sfaldamento dell’Impero romano e la conseguente frammentazione dell’Europa; la dominazione dell’Impero, e della cultura ottomana nell’Europa orientale; lo scisma religioso; la struttura para-feudale sviluppatasi ad Est a partire dal XV sec., epoca in cui l’Europa occidentale se ne era definitivamente liberata.

 

In effetti, anche in questa analisi, risulta evidente il dualismo fra le due Europe dell’Ovest e dell’Est. Tuttavia, i primi albori di una regione culturale distinta e geograficamente collocabile nell’Europa centrale, si possono rinvenire nell’espansionismo ottomano, che si spinge e lascia indubbiamente tracce culturali, verso Ungheria ed Austria, nazioni non ricomprensibili, sicuramente, nell’Est europeo.

 

Nella sua attenta analisi, Guy Hermet, sottolinea come sia stato l’Impero asburgico a dar vita ad una “marca mediana” fra l’Europa occidentale ed orientale, caratterizzata dalla voglia di occidentalizzazione, ma dalla mancanza, oggi, delle caratteristiche, almeno di alcune, dell’occidente.

 

La Mitteleuropa, vasta regione culturale nel cuore del vecchio continente, è formata da realtà culturali[26]che sotto il profilo religioso, etico ed intellettuale sono vicine all’occidente europeo, ma dal punto di vista sociale ed economico, se si eccettuano pochi casi, tra i quali la Repubblica Ceca , rimane molto arretrata, e dunque lontana dal modello occidentale e vicina a quello dell’Europa dell’Est.

 

Sicuramente, comunque, se i confini dell’Europa occidentale sono facilmente tracciabili, così come lo sono quelli dell’Europa dell’Est, l’Europa centrale appare una realtà multisfaccettata, eterogenea, contraddittoria, proiettata ora ad Oriente, ora ad Occidente, in cui convivono civiltà completamente diverse.

 

Indubbiamente, un ruolo importante ha giocato, storicamente, la spaccatura in due dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, durante la guerra fredda. Caduto il muro di Berlino, la ridefinizione dei confini dell’Europa, diviene un problema all’ordine del giorno: se il confine Nord, Sud e Ovest non è in discussione, in quanto rappresentato dal mare, ci si chiede quale sia quello orientale[27].

 

Se si analizza il profilo storico-culturale, si comprende come il confine naturale sia rappresentato dalla distinzione tra occidente cristiano ed oriente musulmano e ortodosso. Samuel P. Huntington[28]riconduce la linea di demarcazione alla divisione dell’Impero romano, linea che “partendo da nord, corre lungo quello che oggi è il confine tra Finlandia e Russia e tra stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e Russia, attraversa la Bielorussia occidentale e quindi l’Ucraina separando l’occidente dall’oriente ortodosso, divide la Romania tra la Transilvania ungherese cattolica e il resto del paese, e percorre l’ex Jugoslavia lungo il confine che separa Slovenia e Croazia dalle altre repubbliche. Nei Balcani, naturalmente, la linea coincide con la divisione storica tra gli imperi austro-ungarico e ottomano”.

 

In questa prospettiva, dunque, l’Europa centrale comprenderebbe i territori dell’Impero degli Asburgo, Ungheria, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e la parte orientale della Germania, terre appartenenti al cristianesimo occidentale.

 

L’Europa orientale, di contro, coincidente con il cristianesimo ortodosso, comprenderebbe Bulgaria, Romania e Repubbliche europee dell’ex Unione Sovietica.

 

Secondo alcuni studiosi[29], lo spartiacque tra Europa occidentale ed Europa dell’Est, viene avvertito anche nella Mitteleuropa, in cui le nazioni che si affacciano alla democrazia, dopo la parentesi comunista, e quelle che, invece, rimangono ancorate al preesistente sistema economico, politico e culturale, coincidono con cattolicesimo e protestantesimo, da una parte, ortodossia, dall’altra.

 

  1. D) IL MEDITERRANEO: CROCEVIA DI CULTURE.

 

Fino alla scoperta dell’America, che segna la rinascita dell’Oceano Atlantico, il Mediterraneo rappresenta la culla della civiltà, della storia e della cultura.

 

Il “destino comune” di cui partecipa l’intera regione, anche se messo in discussione da alcuni studiosi[30], non sembra poter essere completamente disconosciuto.

 

La vocazione del Mediterraneo appare quella di “unire il diverso”[31], di rappresentare una forza mediatrice tra le civiltà diverse, che su esso si affacciano e si confrontano: Oriente ed Occidente.

 

Storicamente, l’area mediterranea ha rappresentato il campo dell’incontro-scontro di culture, ha visto il fiorire delle capitali più grandi[32] delle civiltà antiche, su cui domina, sicuramente, Roma, che rappresenta la consacrazione del Mediterraneo come centro dell’universo conosciuto. Grazie alla vocazione universalistica della civiltà romana, le quattro grandi culture del mare nostrum, quella babilonese, quella cartaginese, quella greca e quella romana, si incontrano e imparano a convivere, dando vita alla ricchezza culturale di cui i popoli mediterranei, oggi, sono eredi.

 

Ferrarotti descrive il Mediterraneo “come vitalismo, ossia come primato dei ritmi naturali su quelli meccanici e di un fondamentale senso della misura, attento a non violare l’àpeiron, ossia l’illimitato”[33]: un temperamento, dunque, lontano dai voli spirituali e tragici della cultura nordica, e proprio per questo capace di armonizzare e mediare l’ampio ventaglio culturale che su di esso si affaccia.

 

Sia che si voglia, con Ferrarotti, abbracciare l’idea che l’incontro tra culture diverse abbia dato vita ad una identità mediterranea, sia che, invece, si tenda, con Huntington, a considerare solo lo scontro tra le civiltà, è indubbio che il dinamismo della regione mediterranea rappresenta l’elemento fondamentale della cultura dell’area mediterranea: una cultura multipolare, universale, pluralistica in continua evoluzione.

 

  1. E) SINERGIA TRA MEDITERRANEO E MITTELEUROPA.

 

La fascia geopolitica corrispondente alla Mitteleuropa è, come già sottolineato, il risultato della caduta della barriera innalzata alla fine della seconda guerra mondiale, simbolo dello smembramento in due blocchi opposti di una città, di uno Stato, di un continente ancora fino al 1989.

 

Tale fascia, graficamente rappresentata da un asse Est-Ovest[34], politicamente gestito dalla Germania e dalla Francia, tende a proporre una politica di periferizzazione, di declassamento di alcune regioni, tra cui quella importantissima mediterranea, che viene vista quasi solo in funzione della sua posizione nei confronti del Medio Oriente.

 

Per evitare che la fascia mediterranea venga considerata, o peggio, utilizzata, solo quale base d’appoggio economicamente dipendente dalla Mitteleuropea, è necessario che lo Stato, che più di ogni altro può vantare un retaggio geostorico e culturale di gran lunga superiore, vale a dire l’Italia, dichiari a gran voce la propria funzione e rivendichi il diritto di riappropriarsi del ruolo che le compete naturalmente.

 

L’Italia, infatti, essendo il nodo di collegamento tra Mitteleuropea e Mediterraneo, tra loro complementari, deve dirigere i propri sforzi al riconoscimento da parte degli altri paesi, della strategica posizione centrale nel Mediterraneo, che le consente di poter fare quasi da arbitro nei dialoghi politici, culturali ed economici tra i due poli, di cui è, appunto, un trait di union naturale.

 

La presa di coscienza di tale centralità, non soltanto libera l’Italia da quell’eredità pesante lasciatale nel XIX sec. dal Metternich che, per esprimere un giudizio di valore sulla indeterminatezza dello stivale, la bollava con l’infelice denominazione di “espressione geografica”, ma soprattutto, allenta al suo interno le tensioni tra Nord e Sud, incrementando la possibilità di stabilità ai confini meridionali col Medio Oriente e con l’Africa, e permettendole di avanzare, in modo autorevole, il proprio diritto di inserimento nello scenario internazionale, assicurando,quindi, una vitale condizione di equilibrio in zone instabili.

 

In effetti la Mitteleuropea non possiede sbocchi marittimi, se non mediterranei, anche per i fragili equilibri delle regioni adriatiche che gravitano, proprio, sul bacino-ponte che la congiunge al Mediterraneo.

 

L’emarginazione di queste regioni ha favorito l’instaurarsi di rapporti sempre più difficili ed ostili, di divergenze di interessi che, sicuramente, non hanno favorito la creazione di uno stabile asse medio europeo. Solo la ricerca di una politica e di interessi comuni nelle regioni adriatiche , può impedire che altri Paesi defraudino l’Europa del suo prestigio, considerando l’area mediterranea solo una zona vitale per il controllo del vicino Oriente.

 

Si pone, quindi, l’urgenza di un progetto sinergico tra Mitteleuropea e area Mediterranea di ampio respiro, comprendente i centri continentali periferici e le aree adriatiche, non solo per non decrementare il prestigio e lo sviluppo dell’Europa, ma anche per contrastare quelle interferenze d’oltre Atlantico che si nutrono dei delicatissimi intrecci dell’Europa col Medio Oriente e, quindi, col mondo islamico.

 

La riqualificazione di questi due poli maggiori attraverso il riconoscimento del carattere singolare, universalistico, pluralistico, risultato di millenari frutti di civiltà, delle più preziose forme culturali per quello mediterraneo, ed il riconoscimento del grandioso sviluppo dell’economia e dell’organizzazione internazionale del polo mitteleuropeo, può consentire, anche ai paesi balcanici più instabili, non solo un notevole riavvicinamento con i paesi mediterranei, ed un incremento relazionale con le regioni germaniche, ma, soprattutto una apertura nei confronti delle regioni più orientali.

 

E’ quindi imperativo che l’Europa, espressa dall’Asse Medio[35], cioè dalla complementarietà dei due poli, pur non possedendo più i tradizionali primati, da quello militare a quello economico, da quello politico a quello religioso, trovi una soluzione che la rilanci sul campo internazionale, fosse anche attraverso quella forma di federazione da più parti auspicata, ma che rileva la sua profonda difficoltà di attuazione per i presupposti storici dei Paesi che dovrebbero confederarsi, basati, soprattutto, sulla rinuncia alle prerogative di potere di Stati sovrani.

 

E’ molto improbabile, infatti, che avvengano unificazioni spontanee tra Paesi che abbiano volontariamente abdicato ai propri poteri, solo in funzione di un patto.

 

In ogni caso dovranno essere l’orgogliosa consapevolezza di possedere dimensioni e spessori storici maggiori di quanto non siano quelli geografici e spaziali, di contro a Paesi che possono estendersi più nello spazio che nella storia (si pensi all’America), l’orgogliosa coscienza, unica sul pianeta, di potere esportare il proprio pluralismo universalistico, a dare all’Europa la forza di farsi carico della posizione di insostituibile centro di equilibrio e di bilanciamento, tra le sempre più irregolari dinamiche planetarie.

 

  1. F) POLITICHE CULTURALI DELL’UNIONE EUROPEA.

 

Nella diversità delle culture, dunque, in Europa risiede una ricchezza indispensabile che deve essere preservata.

 

Proprio perché forza dell’Europa, la diversità, dunque, deve essere sostenuta, anche se, prima facie, un tale obiettivo sembrerebbe in contrasto con le inziative che mirano alla creazione di una identità culturale europea comune.

 

Se in origine, infatti, la creazione di una Europa unita è stata orientata verso l’economia e il commercio, a tutt’oggi, l’integrazione europea ha ampliato il proprio campo di competenza estendendolo agli aspetti culturali che, sino al Trattato di Maastricht del 1993, non erano espressamente oggetto di una politica particolare.

 

L’art 3 del Trattato, infatti, sottolinea l’obiettivo di uno sviluppo delle culture dei diversi Stati membri.

 

Il Trattato sull’Unione europea, dunque, conferma le competenze dell’Unione in campo culturale; tale conferma è frutto di una volontà politica espressa dal Parlamento europeo.

 

Le azioni culturali condotte da vari anni si fondano ormai su una base giuridica che definisce i compiti che spettano ad una politica culturale europea. Si tratta di “contribuire allo sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto della loro diversità nazionale e regionale, pur mettendo in evidenza il comune patrimonio culturale”.

 

Le iniziative in questo campo si sono moltiplicate soprattutto di recente[36], anche se, ovviamente, l’azione dell’Unione in campo culturale, non si sostituisce a quella degli Stati membri, ma tende ad integrarla con un intervento che investe i valori e gli elementi comuni alle culture nazionali e regionali.

 

L’UE, pertanto, si pone quali obiettivi quello di garantire il rispetto della specificità e della diversità culturale; di favorire un interscambio con le altre culture; di promuovere la diffusione delle culture europee; di contribuire allo sviluppo culturale.

 

La finalità che l’Unione si prefigge è, pertanto, sì quella di promuovere lo sviluppo delle singole culture degli Stati membri nel rispetto della loro diversità nazionale o regionale, ma anche di mettere in evidenza il patrimonio culturale comune.

 

Sono molteplici gli operatori[37], di diversi Stati membri e di Paesi Terzi, che intervengono nella preparazione di progetti transnazionali favoriti dall’Unione.

 

Per raggiungere la coesione economica e sociale, l’Unione si serve dei fondi strutturali, finanziando anche progetti destinati a ridurre il ritardo di sviluppo di alcune regioni dell’Unione europea.

 

Con il Trattato di Amsterdam del 1999, l’interesse crescente di intervento nel campo occupazionale ha portato una serie di interventi strutturali finalizzati alla formazione delle risorse umane nel settore culturale[38].

 

Altre risorse sono, invece, finalizzate alla tutela delle diversità linguistiche, anche minoritarie, ed allo sviluppo delle imprese attive nell’ambito culturale.

 

L’azione europea in ambito culturale si propone, in primo luogo, di favorire il dialogo fra gli europei, fattore più che mai indispensabile dopo l’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Est.

 

I programmi comunitari di incoraggiamento alla cooperazione culturale contribuiscono da anni a creare uno spazio culturale europeo, valorizzando una dimensione specifica nella vita culturale dei nostri paesi.

 

Un impulso decisivo alla valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale dell’Europa è stato dato dalla sottoscrizione, il 29 ottobre 2004, da parte dei 25[39] paesi dell’Unione a Roma della Costituzione Europea: il documento fondamentale che, oltre a stabilire il funzionamento degli organismi europei, sancisce la carta dei diritti dei cittadini europei. L’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Est ha infatti acuito la necessità di far fronte a cambiamenti in una Europa che, sino a mezzo secolo fa, contava solo sei membri e, dunque, alla necessità di trovare nuovi strumenti per l’integrazione.

 

Tra le righe della nuova Carta Costituzionale si trovano spunti e risposte interessanti da un punto di vista culturale, che vanno dalla affermazione “che i popoli dell’Europa, pur restando fieri della loro identità e della loro storia nazionale, sono decisi a superare le antiche divisioni e, uniti in modo sempre più stretto, a forgiare il loro comune destino” alla consapevolezza che l’Europa sia “unita nella sua diversità”.

 

Scorrendo gli articoli della nuova Costituzione, un elemento salta subito all’attenzione: nessun riferimento viene fatto alla matrice universalistica della cultura occidentale.

 

Giusto o errato che sia, vince l’idea laica e universalistica del diritto e della tolleranza, mentre viene sconfitta l’idea delle radici giudaico-cristiane della civiltà europea; nel Preambolo e nei primi articoli che definiscono i valori del continente europeo non appaiono, infatti, riferimenti a culti e religioni.

 

Da un punto strettamente culturale, l’art. I-3, ricomprende, tra gli obiettivi dell’Unione, il rispetto della ricchezza e della “diversità culturale e linguistica”, nonché la vigilanza per la salvaguardia e lo “sviluppo del patrimonio culturale europeo”.

 

La presa coscienza di questa ricchezza e varietà culturale, impone una norma che ne consenta la conservazione: l’art.II-22 si incentra, infatti, sul rispetto, da parte dell’UE, della “diversità culturale, religiosa e linguistica”.

 

Ma probabilmente la più grande affermazione dell’universalismo e del pluralismo etnico-culturale del continente, è contenuta nel Preambolo alla Parte II del testo costituzionale, contenente la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione: “Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale,… l’Unione contribuisce alla salvaguardia … dei … valori comuni nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli dell’Europa, nonché dell’identità nazionale degli Stati membri”.