La sofferenza umana deriva dalle “emozioni distruttive”, quelle emozioni, cioè, che si trasformano

La sofferenza umana deriva dalle “emozioni distruttive”, quelle emozioni, cioè, che si trasformano fino a diventare incontrollabili dalla mente, tanto da aumentare il loro potere sulla nostra esistenza.

La rabbia, il desiderio e l’illusione destabilizzano la normale attività della mente e, di riflesso, anche quella della vita quotidiana. Allo stesso tempo sono anche, secondo l’insegnamento buddista e secondo una visione razionale-occidentale, i tre “grandi veleni” che infettano la natura umana.

Gli scienziati e gli studiosi di neuroscienze le definiscono “distruttive”.

Se avete i sentimenti negativi nella vostra mente, allora si traduce nella distruzione della vostra vita pacifica. Quando si hanno queste emozioni distruttive allora è considerato come un veleno. Provoca voglie, delirio e rabbia. Ci sarà qualche problema pschychologicamente. Arthrolon è un gel usato per alleviare il dolore dell’artrite sviluppato dai tecnologi e medici.

Un modo per sfidare le “emozioni distruttive”, che covano dentro di noi, è quello di conoscerne la genesi, mettendo a confronto il pensiero orientale con quello occidentale.

Infatti, ilDalai Lama, leader politico e spirituale del popolo indiano-buddista, e Daniel Goleman, noto soprattutto per aver diffuso il concetto di “intelligenza emotiva” che ha avuto un forte impatto nella cultura occidentale, hanno discusso approfonditamente il problema in un colloquio seminariale ai piedi dell’Himalaia (Dalai Lama, D. Goleman, Emozioni Distruttive. Liberarsi dai tre veleni della mente: rabbia, desiderio e illusione, Rizzoli, Milano 2004).

Il problema non è da sottovalutare in quanto richiama non solo azioni avvenute senza corrispondenza tra l’autocoscienza e la moralità, ma evoca fatti che avvengono giornalmente nella vita di ogni persona.

Un apporto basilare su tali aspetti è dato da Goleman e altri studiosi, i quali affrontano il problema con estrema chiarezza e rigore, avvalendosi dell’apporto delle scienze filosofiche, psicologiche, pedagogiche e didattiche, anche e soprattutto con una forte connotazione biologica fornita dalle neuroscienze.

La ricerca può a questo punto essere raggiunta in diversi modi e tempi, ma deve essere sempre orientata da una costante relazione tra le scienze, che grazie al loro singolare apporto, interagiscono in modo osmotico. La cognizione esatta del mondo reale è possibile non soltanto sezionando i saperi, ma alla loro combinazione.

Cosicché oggi si affida al dialogo tra le varie discipline e la costante interazione tra i saperi umani le soluzioni ai problemi.

Si ricava così una prima convinzione: l’uomo non è solo pensiero e azione, ma anche materialità a cui tutto è riconducibile, o meglio a cui tutto deve ricondursi per una spiegazione oggettiva del suo vivere.

Basta delimitare la linea di confine tra ciò che la scienza può scoprire attraverso la ricerca e ciò “che la scienza scopre essere inesistente”.

Esplicito è il richiamo alla questione religiosa, intesa quest’ultima come atto di fede verso essenze metafisiche. Cosicché risulteranno più familiari idee che riguardano il “mondo interno”, direbbero Solms e Turnbull, ma anche con l’esortazione alla coscienza e al pensiero.

D’altra parte uno degli obiettivi centrali di tale ricerca scientifica rimane quello della spiegazione, attraverso un metodo rigoroso, della possibile riduzione, fino ad una auspicata eliminazione, del potere delle emozioni distruttive quali la rabbia, il desiderio e l’illusione.

Ecco così che la relazione che intercorre tra le neuroscienze e le emozioni invita a riflettere sul funzionamento del cervello, cioè, su come le emozioni attivino l’encefalo.

Richard Davidson ha messo in luce il problema invitando ad osservare che la base ogni azione, soprattutto ogni emozione, ha un riscontro oggettivo di tipo neurologico. Infatti, grazie ad attenti esami di laboratorio si è determinato quali componenti, tra le molteplici sostanze e parti del cervello, intervengano in una determinata azione mentale. Questo ha lasciato emergere l’esistenza di una fitta rete di connessioni neurali che legano i pensieri alle sensazioni, la conoscenza alle emozioni.

 

Questa fitta rete attraversa tutto l’encefalo, dando ragione del fatto che qualsiasi emozione o comportamento complesso non sia situabile in una singola zona, ma sia da ricercare nella genetica del cervello. Ciò è dimostrato per esempio dal fatto che non esiste un unico centro delle emozioni, così come non esiste un unico centro per il movimento composto. Ogni singola emozione implica “un orchestra delle attività dei circuiti di tutto il cervello”

 

Le zone che vengono prese in esame sono il lobo frontale (nel quale si forma la pianificazione); il lobo parietale (zona deputata alle rappresentazioni sensoriali); l’amigdala (attiva per le sensazioni negative e della memoria) e l’ippocampo ( il quale dirige le operazioni riferite al contesto dove esse avvengono).

 

L’analisi delle emozioni distruttive è, allora, da condurre sulle modificazioni del cervello da parte dell’esperienza. Le zone più fortemente influenzate dall’ambiente esterno sono anche le più facilmente modificabili attraverso interventi correttivi mirati ad un miglioramento del funzionamento globale dell’organo cerebrale. Questo si riscontra non solo nelle grandi forme e dimensioni della massa complessiva cerebrale, ma anche nella modificazione delle più piccole parti come i neuroni o il DNA.

 

Una scoperta fondamentale delle neuroscienze. Di qui la dicotomia del lobo frontale e del lobo parietale, divisione che mette a confronto la corteccia sinistra dove risiede la parte logico-razionale, con la corteccia destra coordinatrice della funzione emotivo-analogica.

 

Il funzionamento e la sinergia delle due parti risultano quanto mai personalizzati, tanto che ne scaturisce un’altra importante riflessione: la reazione di una persona posta di fronte ad un evento. La diversità genetica fa si che un soggetto messo davanti ad una emozione forte renda operante la propria “funzione di recupero” che viene esercitata con l’attivazione di entrambi i lobi al riadattamento alla normalità nel corso del tempo post-traumatico, cioè del tempo necessario per riprendersi in modo adeguato.

 

Sul piano didattico-pedagogico i risultati ottenuti da tali indagini permettono ai bambini di trarre vantaggi in modo diretto dall’educazione delle emozioni.

 

Sicuramente assumono una fondamentale importanza in tale contesto anche le strategie per promuovere un pensiero alternativo. Una programmazione ricca di procedure che abbiano come diretti scopi quelli sia di sfatare il mito della consuetudine che di promuovere un apprendimento sociale ed emotivo.

 

Un aiuto alla risoluzione di tale problema viene dato da Mark Greemben (ideatore del PATHS), il quale delinea una vera e propria prevenzione di base, cioè una strategia per non incorrere in rischi a cui i giovani, per loro natura, vanno incontro nel corso dell’esistenza.

 

Di qui l’importanza di un’opera di prevenzione per potere in futuro riconoscere stati di disagio emozionale e combatterli.

 

Il buddismo offre in questo campo il suo contributo più evidente, aprendo all’Occidente culture e metodi che ignorava.

 

Oltre ad un occidentalizzata idea dello sviluppo di un ego sano, la psicologia, come tutta la cultura orientale, pur accettando l’importanza di tale idea, pone l’accento sullo sviluppo del sé che orienta la persona al raggiungimento di un equilibrio tra obiettivi spirituali e azione sociale.

 

L’amore, quindi, muove le fila dell’azione educativa. Fruire correttamente dell’intelligenza e della conoscenza, messe al servizio dei cambiamenti interiori, spinti dalla educazione del cuore, risulta di fondamentale importanza per sviluppare un rapporto giusto ed equilibrato sia con il proprio sé sia con l’ambiate sociale.

 

Dal punto di vista pedagogico-didattico si registra una forte accelerazione verso il controllo delle emozioni per restare calmi anche in situazioni di forte imbarazzo emotivo è la risultante di questa aumento della velocità. Si aprono, allora, nuovi orizzonti di ricerca come il “Sorriso di Duchenne”, così come la giusta riconsiderazione dell’aspetto biologico delle emozioni, alla definizione di una visione critica analoga a quella che il buddismo rivolge ai fondamenti nella civiltà occidentale del concetto di benessere.

 

Una “fertilizzazione incrociata” tra buddismo e cultura occidentale è la strada da dover percorrere per tagliare quel traguardo che ci siamo aperti. L’attenzione, vista come capacità non solo del processo di identificazione ma anche come aumento delle capacità delle potenzialità e del controllo interiore, fornisce alla meditazione e allo studio sistematico della mente un campo dove collocare questa unione. Sull’argomento Greenberg e Davidson avanzano l’ipotesi di una cultura della “mente positiva”, cioè di atteggiamenti positivi, tra cui l’ottimismo, la cura di sé e degli altri, a lungo ripetuti, con benefici riscontrabili oggettivamente. La “coltivazione” della meditazione assicura lo sviluppo della capacità di provare emozioni quali gioia e compassione. La persona controlla le emozione negative al loro insorgere e coltiva costantemente quelle che la rendono, dal punto di vista dell’equilibrio interiore, capace di esprimersi adeguatamente nei singoli contesti. Ci si libera dalle emozioni distruttive in diversi modi: il riconoscere se stessi e il mondo sociale, come migliorare la qualità della vita o esprimendo le qualità e la volontà umane. Oggi possiamo aggiungere che lo svincolo delle emozioni distruttive assicura una oggettiva e fruibile creatività come espressione di potenzialità sia fisiche che cerebrali, rendendo la persona libera.