Genitorialità consapevole e funzione educativa della famiglia

L’amore che costituisce la “sostanza dell’unione” per Girard, padre francescano, è alla base di quel legame d’affetti disinteressato che è la famiglia, cellula della società e prima espressione di unità di intenti e di sentimenti.

Nido d’affetti nella visione del poeta, la famiglia è unione che consolida e rafforza i sentimenti, poiché il legame che unisce i coniugi alimenta giorno dopo giorno il focolare della vita, impossibile senza passione, e, soprattutto, senza unità.

Quello che è il “primo e più semplice nucleo del consorzio umano” nella visione di Johann Friedrich Herbart, ha il dovere, che diviene obbligo morale, di “coltivare e rinvigorire” le virtù interiori dell’uomo, se è vero che, per il filosofo e pedagogista tedesco, spetterà in particolare al padre di famiglia provvedere all’educazione dei figli con i quali avrà maggiore confidenza rispetto all’educatore.

Questa convinzione tradizionale, radicata sulla fiducia nelle capacità e nelle potenzialità educative dei genitori, si è mantenuta per molti secoli, confidando sul vincolo di amore che unisce padre e madre, garanzia di una sana crescita per i figli di cui non sarà sacrificata la personalità, per mantenerne l’autonomia che proprio nell’ambito familiare potrà consolidarsi.

Il contesto socio-familiare nel quale le nuove generazioni crescono è determinante, poiché una carenza di affetto in tenera età, sostiene Anton Semionovic Makarenko, provocherà una reale “mutilazione” della personalità, dal momento che l’assenza di fiducia e di sicurezza emotiva inibiranno il conseguimento della ricchezza individuale che, a sua volta, fungerà da stimolo per il raggiungimento della perfezione umana.

È la famiglia, sottolinea Giovanni Calò, che “tocca e costruisce quanto nell’uomo vi è di più intimo” e profondo, cuore di una pienezza vitale che troppo spesso viene mortificata e sacrificata, in assenza dell’atmosfera del “focolare”, struttura e istituzione che consente di rafforzare il carattere e valorizza la persona.

Comunità educativa nella visione di Comenio, Locke e Pestalozzi, la famiglia è non solo attualmente oggetto di analisi e di discussione in sede sociale e pedagogica, ma è stata anche protagonista di grandi cambiamenti culturali che l’hanno vista trasformarsi nel tempo, testimoniando un’evoluzione a cui non sempre ha trovato piena corrispondenza un effettivo progresso umano. Questo perché nei secoli la famiglia ha rispecchiato significativi mutamenti che hanno interessato la sua struttura ed il mondo relazionale, oggi segnato dalla evidente difficoltà di comunicare tra genitori e figli.

La famiglia che da patriarcale qual era nella tradizione è divenuta nucleare, segno della contemporaneità, spesso non trova più alla sua base sentimenti autentici, veri, capaci di vivacizzarsi nel tempo e di consolidarsi nel matrimonio.

La figura materna, da sempre forte della sua carica affettiva, è stata a lungo considerata differente da quella paterna, così se al padre di famiglia per lunghi anni è stato attribuito il compito di provvedere al benessere materiale del nucleo familiare, concezione perdurata fino agli anni Sessanta, alla madre toccava lo sviluppo intellettivo, affettivo e sociale dei figli.

Questa visione tradizionale è determinata, direbbe Talcott Parsons, dalla differenza naturale fra padre e madre, ragione che comporta l’ assunzione di ruoli diversi nel gruppo familiare. Tuttavia, dalla fine degli anni Sessanta, la figura paterna è stata rivalutata nella dimensione educativa, così che le scelte pedagogiche non sono state più considerate esclusiva prerogativa della madre, per rendere entrambi i genitori pienamente responsabili del contesto familiare, nonché autori di scelte formative importanti.

Ma la considerazione educativa che la famiglia ha guadagnato nel tempo, sembra essere fortemente in crisi in questi ultimi decenni essendo di fatto coinvolta in un più ampio conflitto socio-culturale che riguarda l’uomo e la natura, riflesso di un considerevole mutamento epocale che ha acutizzato il contrasto fra tradizione e innovazione.

Marcato individualismo, esasperato narcisismo, edonismo e un generale nichilismo, tratti distintivi del nuovo Millennio, hanno influito sui costumi, sulla mentalità e sulle tradizioni, non risparmiando, con esiti negativi, anche la famiglia. Sono una minoranza i genitori che si sacrificano per i figli, rinunciando magari al proprio successo personale, fonte sì di guadagno ma soprattutto di valorizzazione e di realizzazione individuale. Ciò, auspica Charles Taylor, dovrebbe sollecitare anche al ripensamento di una nuova etica di autorealizzazione, capace di conciliare bisogni, aspirazioni e desideri con precisi obblighi morali che derivano dall’assunzione di un ruolo sociale.

Nuovi modelli di vita hanno finito per segnare il destino della famiglia tradizionale, sempre più trascurata dai mass media, poiché non ritenuta modello convincente e soprattutto vincente in termini di produttività economica.

Gli effetti derivanti dalla trasformazione dei costumi, dallo stile di vita e dalla mentalità collettiva hanno provocato ripercussioni negative sulla famiglia, e soprattutto sui figli, sempre più spesso abbandonati a se stessi, facilmente affascinati dai nuovi modelli suggeriti dalla pubblicità e dalle mode.

Dopo anni di battaglie per rivendicare il valore dell’infanzia, consapevoli di una sua possibile scomparsa denunciata da Neil Postman, ecco che siamo di nuovo tornati ad una triste realtà di cui sembra tuttavia difficile prendere coscienza.

Preadolescenti che vivono con l’ansia di apparire a tutti i costi, sollecitati dalla volontà di un apparire che conferma l’esistenza (appaio dunque sono), bambini che crescono per strada o affidati ai vicini di casa al termine dell’attività scolastica, di cui oltre tutto i genitori richiedono il continuo prolungamento d’orario, non sono che lo specchio di tempi davvero bui, testimonianza a sua volta della perdita di solidi punti di riferimento. Tutto questo rivela un diffuso malessere della famiglia, che sfocia in uno stato che può a ragione essere dichiarato “patologico” da Norberto Galli, frutto della precarietà del matrimonio, nonché del diverso modo di interpretare e di viveri i valori.

Separazioni e divorzi, crisi familiari e persistente conflittualità di coppia, finiscono per provocare effetti negativi sui figli, spesso sofferenti per la stessa assenza di un genitore o messi in crisi dalla loro condotta incostante dovuta alla eterogeneità dei comportamenti.

Se non è facile essere genitori, un mestiere difficile ha scritto Alexander S. Neill fondatore della comunità educativa a Summerhill (1925), potremmo dire che non è altrettanto facile essere figli, dinnanzi a comportamenti e stili educativi degli adulti che possono rivelarsi incoerenti, oscillanti come sono fra estrema autorità ed eccessiva permissività. Se un genitore autoritario è responsabile di una comunicazione unidirezionale e non circolare, fonte di aggressività e di aperta ostilità da parte dei figli nei suoi confronti, anche un atteggiamento fortemente permissivo non può dirsi positivo, trattandosi di una posizione spesso pseudoliberatoria che produce incertezza e disorientamento. Sicuramente dinnanzi alle due possibilità estreme, che portano il genitore a dichiararsi responsabilmente padrone dei figli o più superficialmente amico, sarà preferibile uno stile autorevole, capace di avviare al dialogo, in grado di suscitare amore, rispetto e libertà nella condivisione di obiettivi comuni.

Non è semplice instaurare un rapporto equilibrato con i figli, ma spetta ai genitori impegnarsi, confidando nella forza dei sentimenti e nell’amore che solo una famiglia unita può dare.

Non è un caso, infatti, se si avverte l’esigenza di promuovere, anche a livello politico e comunitario progetti di “genitorialità consapevole”, al fine di rendere coscienti del loro ruolo e dei compiti educativi i genitori, spesso egocentrici e insensibili ai bisogni dei figli fino all’esplicita comparsa di disagi e conflitti.

Genitori disattenti, ignari delle reali necessità anche emotive ed affettive dei figli, sono capaci di compromettere un sereno ed armonico sviluppo personale, trascurando che la famiglia dovrebbe pur sempre restare sede privilegiata di “tirocinio impareggiabile” di amore, il quale permette alle nuove generazioni di “apprendere gli affetti”, investendo nelle potenzialità del dialogo e dell’ascolto, per promuovere la necessaria comprensione che permette di dare e di avere reciprocità di aiuto e di sostegno.

È la famiglia, difatti, il luogo naturale nel quale avviare l’autentica educazione ai sentimenti delle nuove generazioni, di cui si denunciano i comportamenti aggressivi prodotti dalla povertà di comunicazione interpersonale e da una mancata maturazione affettiva.

L’assenza di maturità che spesso i genitori lamentano nei figli, non si consegue abbandonandoli a se stessi, piuttosto si costruisce giorno dopo giorno pazientemente, facendo insieme le scelte giuste, ascoltandosi, in un confronto aperto e sereno che conduce genitore e figlio al possesso di un equilibrio individuale che, direbbe Gordon Allport, facilita anche l’adattamento alle differenti situazioni.

La famiglia, dunque, malgrado la crisi che vive di riflesso di una più ampia e generalizzata crisi sociale, può e deve essere sorgente di affetto e tolleranza per rendersi sede privilegiata di crescita educativa. Ciò obbliga a valorizzarne costantemente la naturale forza pedagogica (ragione per cui si parla di “pedagogia della famiglia”), capace di trasmettere equilibrio, entusiasmo per la vita, consapevolezza dell’avvenire, promozione e riconoscimento di autentici valori, che chiedono “consonanza delle menti e dei cuori” ricorda Galli, per garantire ai figli l’ “armatura morale” di cui parla Debesse che assicura possesso di idee e valori forti, come lo sono quelli della vita umana, della persona, dei buoni sentimenti, della tolleranza e dell’onestà.

In questo modo avremo nuove generazioni in grado di resistere alle sollecitazioni negative che compromettono il libero pensiero, in vista di una solida integralità/integrità dell’Io, garanzia di forza e di progettualità esistenziale. Saranno proprio queste le qualità necessarie per saper e poter costruire autonomamente il proprio essere (destino e personalità), in un’opera di attento riconoscimento delle “grandi questioni” della vita, capaci di far superare il senso di estraneità e di nichilismo persistenti nel Millennio, i quali non aprono prospettive fiduciose all’avvenire, per condurre piuttosto ad una stupida e superficiale rassegnazione che nega il valore esistenziale e relazionale di ogni vita umana. Eppure, ricorda Martin Buber, ogni vita umana è essenzialmente incontro, relazione dal marcato accento affettivo.

L’apertura all’altro, il protendersi verso di lui con generosità e disponibilità, si apprendono sin da piccoli e diverranno nella vita adulta possibilità per uscire da sé, in vista del superamento dei confini di un egoistico individualismo che impedisce di comprendere e di farsi carico degli altri, nell’ottica di un prodigarsi costante dono di amore qual è la vita nella sua profonda essenza.

Amare, del resto, scrive Bruno Rossi, è cogliere l’essere, nella disponibilità evidenziata da Derbolav “a intravvedere il possibile nel fattuale, il dover-essere nell’essere, il futuro nel presente”.

N. Galli, Nuovi problemi di pedagogia famigliare, La Scuola, Brescia 1974.

AA.VV., Educazione familiare e cambiamento culturale, La Scuola, Brescia 1982.

N. Postman, La scomparsa dell’infanzia. Ecologia delle età della vita, Armando editore, Roma 1984.

W. Flitner, J. Derbolav, Problemi di etica pedagogica, tr.it., La Scuola, Brescia 1988.

L. Pati, (a cura di), Ricerca pedagogica ed educazione familiare. Studi in onore di Norberto Galli, Vita e Pensiero, Milano 2003.

B. Rossi, Intelligenze per educare, Guerini Scientifica, Milano 2005.