Bullismo e nuovi media

Devianze giovanili, bullismi e la media generation

di Tiziana Musmeci.

Nella società contemporanea in cui si avverte sempre più lo svuotamento dei valori e la conseguente perdita di punti di riferimento, i media sembrano avvicinarsi all’universo giovanile soltanto quando gli attori che lo rappresentano, entrano sulla scena di delitti efferati o episodi di violenza agita su persone o cose: dagli omicidi di gruppo commessi all’interno di sette sataniche agli atti vandalici e alle aggressioni fisiche o verbali ai danni di coetanei e adulti, come avviene nel caso del dilagante fenomeno del bullismo.

Tematica questa di grande interesse che oggi viene affrontata dai diversi ambiti della ricerca sotto i suoi molteplici aspetti, in quanto è lo stesso fenomeno a manifestarsi attraverso varie sfaccettature, individuali o di gruppo, in una società in cui l’avvento e l’uso smodato di tecnologie di nuova generazione, quali la telefonia mobile, Internet, specialmente attraverso i numerosi siti di social networking (primo fra tutti, il conosciutissimo FaceBook), e i famosi portali, frequentatissimi dagli adolescenti, quali YouTube, Scuolazoo e altri, contribuiscono a diffondere un nuovo tipo di devianza giovanile, e nel caso specifico qui trattato, una nuova forma di bullismo, meglio nota come cyberbullismo o bullismo elettronico.

Questo articolo, passando in rassegna le caratteristiche del bullismo, e soffermandosi in modo peculiare sul fenomeno del bullismo elettronico, si propone di analizzare il ruolo ambivalente della comunicazione mediatica che, se da un lato produce nuove identità dell’universo giovanile e dunque anche nuove rappresentazioni e azioni di tale universo, dall’altro, attraverso la Media Education, essa può divenire potente mezzo di persuasione e strumento privilegiato per l’acquisizione di una capacità critica, e a livello di prevenzione e a livello di un eventuale intervento in situazioni già conclamate di disagio sociale.

In questa breve introduzione emergono due concetti fondamentali: i giovani quali attori sociali e soggetti “di comunicazione”.

Ciò che a noi dunque interessa capire è come essi ricostruiscono e producono un sistema autonomo di comunicazione, all’interno di determinati contesti sociali.

Infatti, con il semplice termine di bullismo si identificano azioni e comportamenti aggressivi intenzionali e continui atti di prevaricazione, caratterizzati da persistenza nel tempo, che si manifestano all’interno di una relazione tra due o più soggetti che mirano deliberatamente a nuocere un coetaneo che non può facilmente difendersi, pertanto la dinamica relazionale che ne deriva, risulta basata su un’asimmetria di potere, caratterizzata da un sistema comunicativo che potremmo definire, face to face, in cui i soggetti interagiscono nel medesimo istante, nel medesimo luogo, e il contesto privilegiato dell’azione è generalmente la scuola. Afferma Evangelisti: «il bullo trova nella scuola il terreno fertile per mettere in atto i suoi soprusi e le sue prepotenze, tutto ciò a danno dei compagni di classe o comunque sia a danno di altri ragazzi appartenenti alla stessa scuola».[1]

 

All’interno di un sistema di comunicazione di tal genere, il fenomeno bullistico può assumere le molteplici forme di bullismo fisico e verbale, le quali, sono manifestazioni dirette di bullismo.

Mentre il primo tipo rappresenta l’esempio emblematico del fenomeno – un bambino grande e grosso che colpisce uno più piccolo e indifeso – il secondo è più frequente poiché si presta ad una maggiore ambiguità  – ad esempio, il prendere in giro qualcuno, che può essere agito per divertimento, per scherzo o con la precisa volontà di ferire -. In tal caso diviene importante il modo in cui il bersaglio interpreta la presa in giro e reagisce ad essa.

Quando invece viene messa in atto una vera e propria forma di manipolazione sociale in cui gli altri sono utilizzati come mezzi per attaccare, alterare i rapporti sociali in classe, per isolare un compagno scelto come bersaglio dal gruppo, si parla nel primo caso di bullismo di tipo sociale indiretto, e nel secondo di bullismo relazionale indiretto.

Questo è diventato un fenomeno comune. Il bullismo sociale è fatto da persone in tutto il mondo. L’anonimato dell’identità della persona dietro il bullismo tenta molti di saltare in questo carro.  Controlla qui per sapere tutto sul bullismo sociale in questa nuova era. Le persone stanno abusato della piattaforma dei social media in modo fantastico.

Il bullismo di tipo sociale mira soprattutto a danneggiare l’autostima dell’altro e il suo status sociale.

È chiaro che esista una certa sovrapposizione tra le caratteristiche del bullismo  indiretto sociale e relazionale.

La spiegazione del bullismo, così come quella della devianza giovanile, non può ridursi all’isolamento di una sola variabile o all’individuazione di un unico profilo socio-psicologico.

Se nell’analisi del fenomeno bullistico prendiamo in considerazione il contributo di De Leo [2], il quale nella spiegazione della devianza mette in risalto la sua natura dinamica di processo sociale, in cui i significati si creano attraverso l’interazione divenendo il risultato di ciò che gli attori stessi producono, in tale prospettiva, ne deriva, che l’azione deviante è il risultato dell’interrelazione tra fattori psicologici, rappresentazioni sociali e dinamiche interazionali.

Secondo quanto messo in luce da tale modello di analisi, l’universo mediatico ha acquisito negli anni un ruolo determinante, avendo contribuito nella costruzione e ri-costruzione mediatica del disagio, dove a volte la figura identitaria dell’adolescente o del giovane-adulto “normale” sembra scomparire.

In questo scenario ne deriva che gli episodi di devianza minorile, declinata nelle diverse forme di bullismo, microcriminalità e altro, siano riconducibili ad un cortocircuito della comunicazione.

Infatti, con l’avvento dell’era digitale è cambiato anche il modo di comunicare dei diversi attori della scena sociale.

«La comunicazione delle giovani generazioni è sempre meno un sistema, è sempre più un reticolo, fatto di chat e di relazioni orizzontali, di spazi aperti come Internet e Blogosfera, di quel pianeta infinito di possibilità e di forme espressive che soltanto le nuove tecnologie sono in grado di offrire e di fare esplodere, mentre la comunicazione degli adulti resta congelata nella vetrina del vecchio generalismo. Capire i giovani, dunque, significa studiare quelli che abitano la comunicazione, saper leggere l’atlante delle loro espressività, su cui si impernia la messa in scena di un’inevitabile, quanto ostentata, frattura con gli adulti». [3]

 

All’interno di questo scenario sempre più fluido, reticolare, continuamente soggetto a cambiamenti e inversioni di rotta, si delinea il tratto più originale delle società contemporanee, che è quello della globalizzazione, del quale l’enorme sviluppo dei nuovi strumenti tecnologici è stato l’elemento propulsore e caratterizzante di tale processo.

 

Con il termine globalizzazione, infatti, si indica «un fenomeno complesso e multidimensionale, che, a partire dalla sfera economica, si estende a diversi ambiti dell’agire sociale, accentuando gli aspetti relativi alla interdipendenza delle funzioni economiche e delle relazioni tra luoghi distanti tra loro, ed evidenziando le potenzialità del processo di convergenza digitale nel ridurre le distanze spazio-temporali. Gli esiti di queste dinamiche di apparente omogeneizzazione culturale si svolgono in maniera tutt’altro che lineare, dal momento che quella che viene definita cultura globale è la risultante di una serie di spinte contrastanti, volte a delineare realtà glocal, cioè a metà strada tra identità globale e specificità locali».[4]

 

La società contemporanea è stata così definita anche la società dell’incertezza, dove i rapporti umani sono sempre più frammentari e discontinui, e se da una parte il progresso ha contribuito a migliorare la qualità e la durata della vita degli individui, dall’altra li ha disorientati e resi più insicuri.

 

Il primo contesto di vita dove è possibile quasi “toccare con mano” il senso di insicurezza e il disorientamento dell’essere umano è quello comunicativo, dove infatti oggi la diffusione massiccia dei nuovi mezzi informatici e il loro uso, talvolta negativo e dunque dannoso, ha fornito soprattutto agli adolescenti i mezzi per comportarsi in maniera ben diversa da come essi si comporterebbero nel mondo reale: il mondo virtuale offre loro l’illusione di diventare anonimi, quasi invisibili.

 

Nello specifico, il messaggio multimediale porta con sé innumerevoli condizionamenti percettivi, psicologici, di comportamento, porta con sé modelli che stimolano nell’individuo partecipazione e identificazione. Ciò a conferma del fatto che, parlare di multimedia, significa parlare di un tipo nuovo di comunicazione, proprio perché diversi sono i mezzi che essa adopera per veicolare messaggi. [5]

 

Non appena si entra nel web, infatti, ogni soggetto può spogliarsi dei consueti panni indossati nella vita quotidiana per vestire quelli conformi ad iniziare una sorta di vita parallela, il cui protagonista non è il tradizionale Io, bensì un mondo basato sui concetti astratti e inventati di Nickname, Personal Account, etc.

 

È proprio grazie alla creazione della web-identity (identità virtuale) che le persone agiscono libere dai vincoli imposti dalle norme morali e sociali.

 

Un fenomeno che si sta espandendo in modo preoccupante, e il cui sviluppo è strettamente collegato a quello delle nuove tecnologie, soprattutto nell’ambito delle comunicazioni, è quello del cyberbullismo (cyberbullying) o bullismo elettronico. «Nel contesto del cyberbullying infatti, l’identità reale viene completamente celata: il concetto di Io-reale lascia il posto a quello di Io-virtuale».[6]

 

Nell’era di Internet, dei blogs, della posta elettronica, di YouTube, dei telefoni cellulari sempre più tecnologici, il generale fenomeno del bullismo ha assunto dunque connotazioni sempre più particolari, in relazione all’enorme sviluppo delle nuove conoscenze tecnologiche in ambito informatico e della comunicazione.

 

Le azioni offensive messe in atto dai bulli per perseguitare le loro vittime non avvengono più all’interno dello stesso contesto comunicativo, in una dinamica relazionale, seppur distorta, face to face, ma sono esse stesse mediate non più attraverso l’uso di altri soggetti come mezzi per attaccare (vedi il bullismo indiretto), ma attraverso il mezzo tecnologico, divenendo da fenomeno mediato, fenomeno esso stesso mediatico.

 

«Le interazioni, adesso, sono sempre più realizzate in ambienti digitali, dove la fisicità degli spazi e dei territori viene abbattuta in funzione di luoghi deterritorializzati, potenzialmente illimitati, e dove nascono nuove forme di identità sociale». [7]

 

«Internet elimina i confini fisici dei suoi abitanti che vengono proiettati in uno spazio dilatato di possibilità d’azione e di molteplicità di ruoli. Uno spazio di comunicazione e di relazione che genera un diverso senso di appartenenza e di identità sociale che spesso si realizza proprio nelle comunità di rete». [8]

 

Infatti il bullo non agisce più esclusivamente all’interno del suo mondo reale ma si muove meglio attraverso il mondo virtuale offerto dalla rete, perché è attraverso questa nuova dimensione che egli compie azioni per le quali è preferibile essere non-riconoscibile, irrintracciabile e rimanere invisibile. Il web disinibisce.

 

Nello specifico, queste nuove forme di bullismo trovano il loro snodo principale nella trasmissione elettronica di informazioni offensive quali l’insulto, la minaccia, il pettegolezzo, i videoclip attraverso l’ uso di sofisticati strumenti quali i siti web, l’ e-mail, i blogs, gli sms, gli mms, etc.

 

Il cyber-bullo ha dunque a disposizione nuovi canali per colpire le sue vittime; egli li sfrutta per compiere i suoi comportamenti aggressivi e disinibiti.

 

«Dueck sostiene che oggigiorno la vittima degli atti di bullismo non trova più sicurezza, come invece accadeva in passato, all’interno della sua casa: anche le quattro mura domestiche possono infatti essere teatro di violenze e molestie subite via cellulare o via Internet».[9]

 

È importante tenere presente che se il bullo ha l’impressione per sé e per gli altri, di essere invisibile, anche la stessa vittima gli appare tale: egli, creandosi una propria maschera virtuale ha, nel primo caso, la quasi certezza di non venire scoperto e pertanto non essere accusabile, mentre la vittima non gli appare come una persona in quanto tale, dotata di emozioni e sentimenti, ma anch’essa come una sorta di entità virtuale, distante e talvolta quasi anonima.

 

Nella relazione che si viene ad instaurare tra cyber-bullo e cyber-vittima, vengono a mancare, infatti, quei feedback positivi extralinguistici (il linguaggio del corpo) caratterizzanti il mondo reale, e di cui la comunicazione in presenza <face to face> si avvale, e che consentirebbero al bullo di porsi empaticamente nei confronti della vittima, alla quale egli invece non fa altro che procurare continui disagi e sofferenze.

 

«Il fenomeno del cyberbullying è in costante sviluppo anche perché questo tipo di bullismo consente una forma più forte di anonimato rispetto al bullismo tradizionale: lo studioso Schneier indica, infatti, nella mancanza di visibilità (lack face-to-face contact) l’estrema  potenza e pericolosità del “bullo elettronico”».[10]

 

Internet offre diverse occasioni per mettere in atto pratiche di cyber-bullismo, definito anche electronic bullying, e-bullying, mobile bullying, sms bullying, digital bullying, online bullying, o Internet bullying, configurando così nuovi orizzonti di devianza giovanile.

 

In particolare è possibile identificare due principali modalità di persecuzione on-line dette cyberthreats e cyberstalking (o cyberharassment).

 

La modalità del cyberthreats, ossia minacce on-line, consiste nell’invio di messaggi rivolti ad una o più vittime con lo scopo di esercitare violenza su di esse. A volte può trattarsi di messaggi a contenuto istigatorio e auto-lesionistico.

 

Le minacce possono essere dirette o indirette: nel primo caso, la dichiarazione che viene fatta dal ragazzo è esplicita e senza mezzi termini, nel secondo caso, invece, il tipo di minaccia è più insidiosa perché non contiene un’esplicita dichiarazione d’intenti, ma è necessario leggerla fra le righe.

 

Gli psicologi americani con il termine di cyberstalking raggruppano le molestie e le intimidazioni, effettuate attraverso Internet, che assumono la forma di una vera persecuzione: attraverso l’invio di e-mail dal contenuto osceno e imbarazzante, oppure le offese anonime registrate su forum, blogs, etc., i cyber-bulli sono oggi in grado di “controllare” e invadere la privacy delle loro vittime. Attraverso il cyberharassment avviene sostanzialmente la stessa cosa: il bullo invia ripetutamente e-mail o sms offensivi, contenenti molestie, minacce, insulti.

 

Il bullismo informatico si manifesta anche nelle chat rooms frequentate dagli adolescenti, sotto forma di flaming, cioè messaggi volgari e osceni diretti ad un bersaglio prescelto come vittima. La modalità più frequentemente utilizzata è coinvolgere le vittime in una conversazione e costringerle a rivelare informazioni private per poi svelarne i segreti più intimi ad altre persone. In relazione a ciò, l’outing è quella pratica diffusa che consiste nel condividere con altri le immagini imbarazzanti o le confidenze della vittima, dopo averne conquistato la fiducia. A volte, però il cyber-bullo nemmeno conosce la sua vittima.[11]

 

Il cyberbullismo si declina oggi in forme sempre più sottili come l’happy slapping (letteralmente “schiaffo allegro”) che consiste nel riprendere immagini col video-telefono o scattare fotografie a contenuto privato e imbarazzante, al fine di diffamare o ricattare il protagonista dell’immagine o del video. Questi ultimi vengono poi caricati sul web e ben presto diffusi e conosciuti da migliaia di utenti Internet, attraverso la posta elettronica o altri canali della rete; il cyberbashing, simile al precedente, si verifica quando un ragazzo da solo o in gruppo, picchia un altro ragazzo, mentre altri riprendono l’aggressione col video-telefonino. I video prodotti vengono poi caricati in Internet e resi disponibili attraverso siti famosi, tra i più cliccati tra gli adolescenti, quali www.youtube.com, www.metello.com, www.scuolazoo.com. Il materiale offensivo è solitamente catalogato mediante parole-chiave: ad esempio, “video divertenti”, “studenti a scuola”, “Entertainment”, “Comedy”, “Science and Technology”, etc. È importante sottolineare che generalmente le aggressioni sono reali, ma a volte sono anche preparate e dunque recitate. [12]

 

Si può diventare vittima di bullismo senza necessariamente interagire con un bullo, nella forma dell’esclusione quando ad esempio si estromette qualcuno dall’Instant Messaging (IM), per ferire i suoi sentimenti: tale pratica è detta kick (letteralmente “calcio”). Anche siti di social networking come MySpace e FaceBook possono divenire luoghi di esclusione relazionale e sociale. Una differenza infine, riguarda i diversi stili cognitivi messi in atto da maschi e femmine presenti nel cyberbullismo: come avviene per il bullismo tradizionale, le ragazze mettono in atto forme di bullismo prevalentemente relazionale, allo scopo di disgregare i rapporti sociali delle vittime; inoltre prediligono i telefoni cellulari rispetto ad Internet per infastidire e colpire le loro vittime. [13]

 

Da quanto messo in luce, emerge l’elevata problematicità di un fenomeno tipico di una media generation, che, rispetto al bullismo tradizionale, per le diverse forme in cui si declina, sempre più sottili e subdole, porta con sé il rischio di una sempre maggiore pericolosità, per non essere facilmente visibile e valutabile dall’alto del mondo degli adulti, sfuggendo in tal modo, più facilmente, ad un loro controllo.

 

 

 

 

 

 

 

Dalla media generation alla media education:

 

nuove prospettive d’intervento

 

di Angelo Cappello .

 

 

 

Come abbiamo potuto rilevare, la dimensione problematica dell’universo adolescenziale è stata ulteriormente resa esplicita dalla presenza dei media, riconosciuti come co-protagonisti non intenzionali, seppur decisivi, del processo formativo. L’ingresso delle tecnologie comunicative ha determinato un significativo cambiamento nei processi di socializzazione dell’individuo, soprattutto segnando il passaggio ad una socializzazione intesa come auto-socializzazione, ossia processo di formazione auto-diretto dal soggetto, scelta all’interno di diversi mondi significativi.

 

Adesso, accanto alle tradizionali agenzie formative, quali, la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, con lo sviluppo dei canali multimediali, la socializzazione «si configura come un processo sempre più articolato e complesso, caratterizzato da una moltiplicazione dei punti di riferimento significativi, che segnano il passaggio ad una vera e propria pluralizzazione delle socializzazioni, dove i tempi e i luoghi della dimensione formale si alternano agli spazi informali, caratterizzati da esiti assolutamente più imprevedibili e “aperti”, da nuove espressioni di socialità e dall’alternanza sempre più diffusa tra esperienza reale ed esperienza virtuale».[14]

 

In questo scenario, si articola il problema di costruzione dell’identità dell’individuo. In accordo con la teoria di Erik Erikson che, focalizzandosi sullo sviluppo della personalità umana, suddiviso in stadi, ipotizzava una stretta interazione tra sviluppo biologico, psicologico e socioculturale del soggetto, ogni stadio è caratterizzato da un problema d’identità in quanto reca con sé un conflitto fondamentale, consistente nella possibilità per il soggetto di svilupparsi verso un determinato polo evolutivo piuttosto che verso il suo opposto. Sempre secondo Erikson la tipica crisi adolescenziale, è influenzata soprattutto dagli esiti dei conflitti passati; tale influenza è bidirezionale e probabilistica, cioè dipende anche dalle caratteristiche biologiche dell’essere in formazione e da quelle situazionali e contestuali. Infatti l’integrazione con il contesto avviene attraverso una serie di passaggi segnati da rotture, da una fase di totale accettazione dei valori genitoriali a quella di diffusione delle diverse identità,[15] in cui si sperimenta un’intensa attività di ideali e d’interazione con gli altri, includendo le amicizie, i processi identificativi con gli idoli mediatici, e con essi, oggi più che mai, la sperimentazione di ruoli, identità diverse, e di esperienze simbiotiche, a volte morbose, come abbiamo avuto modo di rilevare, con gli strumenti tecnologici: questo, è ciò che nel nostro discorso, caratterizza la media generation.

 

In generale, è importante sottolineare che il soggetto in formazione, o in questo caso come preferiremmo dire, in auto-socializzazione, non si vede mai impegnato in scelte definite e definitive: la confusione di ruoli che egli sperimenta consiste nel passare da un’identificazione all’altra, attraverso una crisi d’identità che può sfociare in atteggiamenti di protesta nei confronti degli altri significativi o nella volontà di opporsi negativamente verso le istituzioni formative e sociali di riferimento.

 

I cambiamenti che hanno riguardato la società e dunque anche i processi di socializzazione, hanno inevitabilmente coinvolto in primo luogo le agenzie  educative tradizionali, i cui nuovi modelli di azione non possono che influenzare gli attori della scena sociale.

 

La famiglia innanzitutto, un tempo considerata roccaforte inattaccabile ed emblema rassicurante della tradizione, modifica il proprio assetto, subendo forti cambiamenti strutturali, assumendo nuovi stili comunicativi e sperimentando nuovi modelli di interazione con i soggetti.

 

Scrive Concetta Epasto: «Le diverse modalità con cui si esprime l’intervento educativo del padre e della madre, la presenza all’interno della famiglia di altre figure significative, rappresentano tutte variabili di un sistema formativo che può trovare al suo interno equilibri e squilibri a seconda delle diverse connotazioni che assumono i rapporti interpersonali di quel piccolo gruppo formato dalla famiglia».[16]

 

Un’ulteriore spinta al mutamento strutturale della famiglia è stato favorito dall’exploit della comunicazione e dalla sua rigenerata visibilità nei rapporti interpersonali di vita quotidiana. Infatti, in famiglia la frattura tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti è maggiormente avvertita a livello comunicativo e rinforzata dalla diffusione dei potenti mezzi tecnologici e dal diverso modo che ognuno ha di rapportarsi con essi, influenzando la stessa comunicazione tradizionale: i giovani comunicano in maniera sintetica ma intensa e veloce, mentre la comunicazione degli adulti spesso mal si rapporta ai nuovi strumenti tecnologici e resta ancorata alla routine dei vecchi linguaggi tradizionalisti.

 

«Così sono difficilmente identificabili i ruoli e le reciproche aspettative tra generazioni, ma, soprattutto, non sono chiari i valori da trasmettere o da negoziare».[17]

 

Adottare invece una prospettiva relazionale significa concepire le agenzie di socializzazione come nodi di una rete, ponendo l’accento sulla valenza multidimensionale della famiglia, sottolineando il suo preminente ruolo di guida all’interno del processo formativo.

 

L’altra, non meno importante agenzia formativa, investita dal cambiamento, è la scuola, istituzione educativa fondamentale per lo sviluppo dell’individuo e per la formazione della sua personalità. Al giorno d’oggi segni di attrito si avvertono anche nel rapporto giovani-scuola: i ragazzi vedono quest’ultima come una meta sostanzialmente conoscitiva e con una funzione puramente strumentale.

 

Sono oggi gli insegnanti a subire le percezioni negative che i loro alunni hanno della scuola: essi, nell’immaginario adolescenziale, rappresentano l’istituzione-scuola in modo sempre meno esauriente, e dunque sono investiti di una fiducia e una stima sempre minori. La scuola viene così identificata quasi totalmente con il gruppo dei docenti.

 

Il disagio scolastico può manifestarsi nelle sue diverse forme di abbandono scolastico, dispersione come bocciature, ripetenze, ma anche di condotte negative all’interno del contesto classe nei confronti degli altri compagni e con gli insegnanti, tra i quali rientra anche il già descritto fenomeno del bullismo.

 

La situazione d’incertezza caratterizzante le tradizionali agenzie educative, non può far altro che determinare da quest’ultime, un’ulteriore distacco delle nuove generazioni, e una conseguente full immersion in quelle reti formative orizzontali informali rappresentate dal gruppo dei pari.

 

« Il gruppo dei pari è una forma di aggregazione sociale spontanea tipica dell’età adolescenziale e giovanile che riveste una grande importanza nel processo di crescita degli individui… Nel momento in cui gli adolescenti avvertono il giusto bisogno di prendere le distanze dalla famiglia e dalla scuola e per cercare una propria dimensione individuale più autonoma, il gruppo offre accoglienza, protezione e riconoscimento per la nuova identità che essi vanno formando…».[18]

 

«Il gruppo è sia uno spazio privilegiato entro cui condividere le esperienze negoziandole quotidianamente con gli altri, sia un porto sicuro in cui i giovani possono rintracciare rassicuranti segnali di solidarietà, traendo forme di aiuto a livello emotivo, psicologico, comportamentale e cognitivo, sino a diventare l’espressione più significativa di un diverso modo di concepire la propria esistenza…». [19]

 

Il gruppo svolge pertanto una funzione di contenimento più flessibile rispetto a quella delle altre agenzie educative: in esso l’adolescente si sente libero di sperimentarsi in quelle nuove dimensioni e bisogni del sé che si affacciano per la prima volta alla sua coscienza e che all’interno della famiglia e della scuola è spesso difficile, quasi impossibile, manifestare e soddisfare, a causa della presenza di gerarchie e ruoli rigidi.

 

I cambiamenti che investono il mondo adolescenziale si correlano anche al modo di interpretare e vivere il tempo libero: in particolare con lo sviluppo delle nuove tecnologie e la diffusione di Internet si è avuta, da un lato, la straordinaria possibilità di creare nuovi ambienti sociali in rete, paralleli a quelli abitati dalle relazioni in presenza, ma dall’altro, l’incapacità di saper gestire il tempo libero, essendo quest’ultimo stato trasformato e letteralmente scambiato con quello virtuale, ha prodotto rischi sulla stessa virtualità delle relazioni sociali o sulla disgregazione dei legami interpersonali.

 

Questo eccessivo consumo mediale, o come è stata definita altrove [20], questa sorta di bulimia tecnologica, ha fatto sì che la nuova generazione elettronica venisse alternativamente definita anche Networking generation o Net generation, Napster generation o infine Digital generation, generazione che noi, per una nostra predilezione, abbiamo preferito chiamare Media Generation; opzione, motivata dal fatto, che le altre “etichette” si concentrano esclusivamente nel mettere in luce che la prima e quasi unica scelta di consumo del tempo libero dei giovani sia rappresentata dal computer, Internet e dalle reti di social networking, mentre di fatto, il termine media comprende una più vasta gamma di strumenti tecnologici, comprendenti quelli appena menzionati, ed altri come la tv, la radio, il cinema, lettori cd/dvd, lettori Mp3/Mp4, etc., il cui uso ha continuato a persistere anche dopo l’avvento di Internet, della telefonia mobile e similari, e che questi ultimi non hanno sostituito totalmente ma si sono affiancati ad essi in un mondo parallelo.

 

Allo stato attuale, secondo i punti che sono stati messi in analisi, non possiamo non considerare che i media costituiscono una sorta di agenzia formativa informale delle nuove generazioni, essendone diventati punto di riferimento e di confronto con i quali esse si mettono continuamente in relazione; si vuole ora prendere in considerazione l’eventualità del contributo educativo, e ove necessario, rieducativo, offertoci da un uso oculato e strutturato degli stessi strumenti tecnologici.

 

Se da una parte, infatti, «i media hanno aperto l’opportunità di una comunicazione globale, del cosmopolitismo e dello sviluppo della democrazia, ma allo stesso tempo portano con sé il rischio che aumenti la manipolazione…» dall’altra, «il grande compito della media education, è quello di lavorare su chi comunica cosa a qualcuno e con quale effetto».[21]

 

In tale direzione la Media Education negli ultimi decenni ha offerto precisi strumenti metodologici, e ha trovato vasti campi di applicazione, laddove, soprattutto per i soggetti in età evolutiva, si verificano situazioni problematiche che investono la sfera cognitiva, emotivo-affettiva, relazionale e sociale.

 

«La Media Education è un’attività educativa e didattica, finalizzata a sviluppare nei giovani una informazione e comprensione critica circa la natura e le categorie dei media, le tecniche da loro impiegate per costruire messaggi e produrre senso, i generi e i linguaggi specifici» [22]

 

Per Media Education (ME) si intende un’educazione con i media, utilizzati come strumenti che permettono processi educativi generali e un’educazione ai media, che non devono essere intesi solo come strumenti, ma come linguaggi e cultura, ed in alcuni casi il livello prodotto è talmente specifico da formare i professionisti del settore.

 

In particolare, «l’educazione ai media è compito di ogni educatore, sia pure con diversità di ruoli. Ma si potrà pensare anche a una nuova figura professionale con contributi specifici da offrire alla scuola, alla famiglia e al territorio. È quello che chiamiamo media educator». [23]

 

Scopo della Media Education è offrire alle giovani generazioni non solo gli strumenti di accesso ai media e alla loro comprensione, ma anche quello di formare nuovi produttori per una migliore qualità dei media.

 

Nel secolo dei nuovi media era impensabile che i media e l’educazione non venissero a confronto.

 

Il dialogo tra le parti non è mai stato facile poiché la tradizione educativa ha una prevalente attenzione al passato, si costruisce nel tempo e si basa sull’oggettività, mentre i media si presentano come una conoscenza rivolta a problematiche attuali, suscitando emozioni, esaltando la soggettività, e pertanto, basandosi sulle cognizioni di ogni singolo individuo, essa si costruisce sull’effimero.

 

Dal confronto tra media ed educazione è nato non solo un nuovo ambito di applicazione della pedagogia speciale, ma anche un vasto movimento di idee e iniziative a livello nazionale e internazionale, al quale hanno aderito ricercatori, educatori, tecnologi, accomunati dall’interesse per la ME.

 

In questa cornice d’intenti, come si può notare, la ME interessa anche chi ne produce i contenuti, ossia gli operatori dei mezzi di comunicazione di massa, allo scopo di stimolare una riflessione sulla liceità e qualità dei prodotti, nel pieno rispetto delle capacità critico-riflessive e dei diritti dei minori.

 

La ME è da considerare un insieme di strategie che hanno come scopo quello di formare i soggetti al fine di far acquisire loro una capacità critica rivolta alla comprensione di un uso, più costruttivo, dei media, e della loro natura. Essa «non si limita a proteggere dai media, ma mira piuttosto a fornire una competenza mediale e un empowerment perché il minore sappia confrontarsi in modo critico e costruttivo con l’universo dei media, e sappia creare, egli stesso, nuove forme espressive e di comunicazione».[24]

 

È infatti la comunicazione che, a nostro avviso, rappresenta una delle risorse fondamentali, sia a livello di prevenzione, sia a livello di intervento, nelle dinamiche bullistiche, (analizzate in questa sede sotto le più variegate sfaccettature), e intesa proprio quale mezzo per far dialogare gli attori della scena sociale, che oggi appaiono sempre più separati da un muro di profonda incomunicabilità.

 

Gli adulti ad esempio dovrebbero iniziare a compenetrare meglio il mondo di Internet, della cybercultura e delle nuove tecnologie, al fine di avvicinarsi sempre più al mondo abitato dai loro figli ed esser certi di poter essere in grado di affrontare gli eventuali rischi attraverso un comune fronte comunicativo.

 

«La Media Education potrebbe essere il passepartout per comunicare con i giovani, il momento in cui il mondo della formazione si sposa con i linguaggi dei media, …in un gioco di arricchimento reciproco» [25], a scuola, all’Università, in famiglia, tra i giovani stessi.

 

In conclusione, siamo fiduciosi nel credere che, la Media Education,  proponendosi come nuovo contesto di mediazione dei processi comunicativi, in una prospettiva a medio e a lungo termine, sarà sempre più in grado di contribuire con le sue sole forze alla riuscita di un progetto formativo globale, reticolare ed orizzontale, che coinvolga tutti gli attori sociali, che includa la prevenzione e la lotta al bullismo, concepito anche nelle sue manifestazioni più insidiose e alle quali, la massiccia presenza dei media in casa, o tra i giovani, ma soprattutto, un loro uso sregolato, non poteva che contribuirvi in maniera negativa.

 

In tale direzione, non vogliamo dimenticare quelle iniziative già avviatesi nel corso degli ultimi anni, a livello nazionale, promosse da parte del Ministero della Pubblica Istruzione (anni 2006-2008 Ministro Fioroni, incaricato nell’ambito dell’ultimo governo Prodi), per la prevenzione e la lotta al bullismo, un sistema di azioni, riconducibili ad una strategia globale ed integrata di interventi, guidata dal riconoscimento del centrale ruolo della scuola nell’educazione giovanile.[26]

 

Nel documento redatto si riconosce un’attenzione particolare, anche se implicita, ai temi della Media Education, interesse riconducibile nella volontà di considerare i media come fonte di sviluppo e non solo come fonte di rischio.

 

Inoltre, il documento chiama in causa il Codice di autoregolamentazione “Internet e minori” e il comitato “Tv e minori”, per istituire un tavolo in cui le principali emittenti tv e le case di produzione cinematografica, al fine di elaborare un insieme di strategie che consentano l’analisi della programmazione attuale e intervengano nel contenimento del fenomeno della violenza in tv.[27]

 

Queste ed altre proposte similari, andrebbero a nostro avviso, incentivate.

 

A tal proposito, un interessante progetto, che intendiamo segnalare è Avatar@school [28], co-finanziato dalla Commissione Europea nel Programma Socrates-Minerva, nato dal presupposto che la diffusione delle nuove tecnologie tra i giovani e la familiarità con cui essi si confrontano, può divenire un utile strumento per combattere il bullismo.

 

Sfruttando l’opportunità di ambienti virtuali ricreati nel mondo dei giochi di ruolo, esso mira a prevenire la diffusione della violenza tra i giovani, attraverso la mediazione tra pari. Questa è «una procedura basata sulla comunicazione e la negoziazione cooperativa, tramite la quale gli studenti imparano a utilizzare strategie creative per la gestione dei conflitti interpersonali scaturiti tra i propri compagni. Nella mediazione tra pari gli studenti formati per la gestione dei conflitti applicano tra altre, le strategie cosiddette di problem-solving per assistere i propri compagni nelle ricerche di soluzioni condivisibili da tutti i protagonisti del conflitto. Il mediatore, che è sempre imparziale, non dà nessuna soluzione: aiuta soltanto gli studenti coinvolti nel conflitto a trovare da soli un accordo». [29]

 

Il progetto ha così sviluppato giochi on-line destinati agli studenti europei delle scuole superiori, basati su scenari conflittuali, comprendenti ognuno, una descrizione della situazione conflittuale e le istruzioni di ruolo per ogni giocatore: il bullo, la vittima, gli astanti, i docenti, e il mediatore stesso.

 

Le diverse situazioni si realizzano in presenza di un supervisore, che ha il compito di aiutare i giocatori a trovare le possibili soluzioni per risolvere la situazione conflittuale, da soli o con l’aiuto del mediatore. Alla fine di ogni situazione-gioco, l’esperienza viene discussa e condivisa nel corso di una sessione di valutazione di gruppo.

 

Il progetto è ancora in corso, coloro che finora vi hanno preso parte, hanno dichiarato di aver trovato il gioco divertente, e che si tratta di un ottimo modo per affrontare il problema del bullismo, oltre che di un’ottima opportunità per interagire con studenti di altre nazioni.

 

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

 

 

CIVITA Anna, Il bullismo come fenomeno sociale. Uno studio tra devianza e disagio minorile, FrancoAngeli, Milano 2006.

 

DE LEO Gaetano, PATRIZI Patrizia, Psicologia della devianza, Carocci Editore, Roma 2007.

 

DE LEO Gaetano, PATRIZI Patrizia, Trattare con adolescenti devianti, Carocci Editore, Roma 2006.

 

EMLER Nicholas, REICHER Stephen, Adolescenti e devianza: la gestione collettiva della reputazione, Il Mulino, Bologna 2000.

 

EPASTO ALDO ATTILIO, Processi cognitivi e nuove tecnologie dell’apprendimento, Samperi Editore, Messina 2004.

 

EPASTO CONCETTA, Le dinamiche relazionali distorte. Il Bullismo, Samperi Editore, Messina 2004.

 

FELINI Damiano, WEYLAND Beate, Media Education tra organizzazione e fantasia, Erickson, Trento 2007.

 

GENTA Maria Luisa, Il bullismo. Bambini aggressivi a scuola, Carocci Editore, Roma 2002.

 

PASQUALI Francesca, I nuovi media. Tecnologie e discorsi sociali, Carocci Editore, Roma 2005.

 

SMERIGLIO Donatello, Didattica, comunicazione, tecnologie nei processi formativi – prospettive di indagine, Samperi Editore, Messina 2004.

 

SMERIGLIO Donatello, Linee guida all’e-learning. Le nuove forme della didattica, Anicia Srl, Roma 2008.

 

TIROCCHI Simona, Ragazzi fuori. Bullismo e altri percorsi devianti tra scuola e spettacolarizzazione mediale, FrancoAngeli, Milano 2008.