I millennial. I tratti di una generazione, la difficile maturazione

Millennials. The traits of a generation, the problematic maturation

Jacopo Bernardini

Università degli Studi di Perugia, Dipartimento di Scienze Politiche, Perugia, Italia

Abstract

The millennial label is being increasingly attributed to the contemporary youth in an attempt to differentiate and circumscribe a vast and multiform generational class, yet extraordinary homogeneous for several characteristics. We will look at three of those characters that mostly identify such class: the unique connection with technology, socio-political pragmatism and tendency to presentism. Characters that can be associated with unprecedented and uncertain visions of the future, work and family and, therefore, the very concept of social maturity.

Keywords: millennial, digital, adulthood, generation

Riassunto

Sempre più spesso, ai giovani contemporanei viene attribuita la particolare etichetta di millennial nel tentativo di distinguere e circoscrivere una classe generazionale vasta e multiforme, ma che trova in alcuni tratti una straordinaria omogeneità. In questa sede, saranno presi in esame tre dei caratteri che maggiormente identificano tale classe: il particolare rapporto con la tecnologia, il pragmatismo socio-politico e la tendenza al presentismo. Caratteri associabili a visioni inedite ed incerte circa il futuro, il lavoro e la famiglia e, dunque, al concetto stesso di maturazione sociale.

 

Parole chiave: millennial, digitale, adultità, generazione

Introduzione

 

Il termine millennial sta godendo di una diffusione sempre maggiore, sia nelle scienze sociali che nel linguaggio comune – in particolar modo negli Stati Uniti. È usato per identificare coloro che sono nati tra i primi anni Ottanta e i primi anni del 2000: la generazione Y, ovvero, e, secondo alcune classificazioni, parte della cosiddetta generazione Z. Numerosi gli studi che, in tempi recenti, hanno cercato di delineare i caratteri di una classe generazionale vastissima, variegata e, spesso, di difficile comprensione in quanto massima espressione del mutamento postmoderno. In questa sede, saranno presi in analisi tre dei tratti che maggiormente li distinguono dalle generazioni precedenti: la natività digitale, il pragmatismo e l’indole presentista. Tutti questi tratti sono letteralmente importanti nell’ambiente attuale.  Per quanto riguarda lo scenario attuale, la crescita della tecnologia in ogni settore, dalla produzione all’industria medica, è favolosa.  Ogni giorno le innovazioni e i gadget tecnologici rendono la vita più semplice di prima.  Proprio comunicando da un capo all’altro del mondo è reso possibile con il progresso della tecnologia.  Allo stesso modo, ha anche aperto un modo per trovare soluzioni a molti problemi in passato.   Molti siti web online servono con la directory per soddisfare una necessità.  Le modifiche diventano prominenti in ogni campo. In ultima analisi, sarà inoltre osservato come tali tratti possano essere letti come indice di una sorta di immaturità generazionale e del reale valore di tale considerazione.

 

Digitali, pragmatici, presentisti

 

Una delle caratteristiche più frequentemente associate ai millennial è la cosiddetta natività digitale. Sebbene non esistano precisi limiti demografici per classificare un individuo come indigeno digitale, con questo termine viene solitamente intesa una persona nata durante gli anni dello sviluppo tecnologico, cresciuta in costante e significativo contatto con questo e, dunque, grande conoscitore delle tecnologie digitali.

 

Numerosi studi hanno correlato percezione individuale e tecnologia, con particolare riferimento alla natività in un contesto tendente al digitale e al tecnologico o completamente digitalizzato. Tapscott (1998) è stato uno dei primi a parlare generazione digitale, in difesa dei giovani del tempo, spesso considerati immaturi e irresponsabili poiché grandi fruitori di videogiochi e appassionati di internet. La tesi dello studioso – sviluppata e aggiornata in seguito da Gary Cross (2008) – è che chi è cresciuto assieme alla tecnologia videoludica, all’evoluzione di internet, alla digitalizzazione dei media, e allo sviluppo tecnologico in generale, ha mantenuto un paradigma che attribuisce una valenza significativa alle tecnologie. Una valenza inedita e, spesso, inconcepibile per le generazioni precedenti. La rete, allora, diviene luogo primario di socializzazione, il videogioco non è più prerogativa adolescenziale, l’informazione tramite blog e forum ha stessa valenza di quella trasmessa da canali mediatici ufficiali. I nativi digitali sono i testimoni della graduale maturazione che la tecnologia ha avuto e che loro stessi hanno vissuto in prima persona. Sono maturati di pari passo con la stessa, acquisendo una visione che la elegge a mezzo primario e superiore per l’espletamento di innumerevoli dinamiche sociali e individuali.

 

Sebbene il suo pensiero sia successivo a quello di Tapscott, il primo a parlare di nativi digitali nell’accezione usata oggi è Prensky (2001), da molti riconosciuto come lo stesso fondatore del termine. I suoi studi partono da un assunto: la percezione dell’individuo varia in base al contesto storico e sociale in cui è inserito. Cosa ormai appurata nelle scienze sociali, così come è stato ampiamente dimostrato dalle neuroscienze che lo stesso cervello umano a mutare dal punto di vista fisico in base all’ambiente circostante. Ed oggi, cultura e contesto umano stanno mutando in maniera esponenziale e “tutti, per adattarci e prosperare in questo contesto, abbiamo bisogno di ampliare le nostre abilità. La tecnologia sta già facendo succedere tutto ciò: sta estendendo e liberando le menti in tanti modi efficaci e vantaggiosi. E continuerà a renderci migliori e più liberi, ma solo se la svilupperemo e la utilizzeremo in modo saggio” (Prensky 2013, p. 10). Prensky parla di saggezza digitale derivante dall’intelligenza digitale, possibile solo in chi riesce ad approcciarsi nella misura migliore e maggiormente consapevole alle nuove tecnologie e quindi allo stesso contesto contemporaneo che si è venuto a creare. Sono loro – i nativi digitali – ad esservi naturalmente predisposti e dunque maggiori conoscitori e migliori fruitori della stessa. Sono loro i saggi digitali, ed è loro il compito di trasmettere alle generazioni precedenti le proprie innate conoscenze tecnologiche. Ribaltando la simmetria tradizionale del rapporto pedagogico: i giovani insegnano e gli adulti imparano (Bernardini 2012).

 

In ultima istanza, il punto di vista di due italiani: Paolo Ferri e Arturo Marcello Allega (2013). I due studiosi muovo dalle tesi di Prensky per circoscrivere il fenomeno della natività digitale ai giovanissimi – potremmo chiamarli tardo-millennial – coloro nati nel nuovo millennio o, in misura meno evidente, coloro che oggi hanno meno di 18 anni. Tutti gli altri, sono nativi digitali spuri in quanto non hanno avuto una precoce esperienza diretta degli schermi interattivi digitali o della navigazione in internet. I nativi digitali puri vivono sullo schermo: per esprimersi, apparire, comunicare e stabilire relazioni sociali e affettive. Il modo in cui vedono e costruiscono il mondo è differente. Puri e spuri, tuttavia, condividono un approccio all’apprendimento determinato dal multitasking: studiano o lavorano mentre ascoltano musica, chattano con gli amici, controllano il social network, mentre il televisore resta acceso in sottofondo. Il problema del sovraccarico cognitivo viene risolto attraverso il continuo passaggio da un media all’altro, tramite una sorta di zapping consapevole tra differenti fonti di apprendimento e di comunicazione, che avviene in maniera non lineare e creativa. Entrambi, inoltre, utilizzano “una logica abduttiva, procedono attraverso una scoperta multi-prospettica e multi-codicale del senso dell’oggetto culturale o di apprendimenti che esplorano costruendosi man mano gli strumenti e le strategie adatte. Imparano dagli errori e attraverso l’esplorazione, piuttosto che mediante un approccio storico o logico sistematico” (Ferri & Allega 2013, p. 5). Inoltre, la condivisione con i pari, la cooperazione, l’utilizzo di differenti approcci al problema dato e di molteplici codici e piani di interpretazione per risolverlo li differenziano radicalmente rispetto agli adulti.

 

Tale naturale predisposizione alla tecnologia è stata spesso associata ad una generalizzata apatia e una sorta di indifferenza nei confronti della collettività e delle questioni socio-politiche. Nel 2007, Thomas Friedman conia il termine generazione Q o generazione quieta per descrivere quella dei millennial come una generazione di giovani passivi, indolenti, cinici e qualunquisti, che rifiutano di impegnarsi in qualsiasi tipo di attività e preferiscono passare il loro tempo davanti al computer. Solo in apparenza idealisti ed attivi: si considerano impegnati nella costruzione di un mondo migliore, ma, in realtà, non partecipano in alcun modo alla tradizionale discussione politica e sociale. Non hanno quindi alcuna influenza nell’opinione pubblica, nell’agenda politica e nel comportamento elettorale.

 

La provocazione di Friedman, in realtà, può essere letta in termini completamente diversi se associata ad un altro tratto spesso riconosciuto ai millennial: il pragmatismo. I giovani contemporanei sono distinti da una visione socio-politica tendenzialmente razionalista e decisamente distante da credi, valori e ideali delle generazioni precedenti. Ma è perlopiù distante da ideali e ideologie in generale: il loro approccio è deduttivo, scettico e realista. La loro è stata definita una politica pragmatica piuttosto che una politica ideologica (Pew Research Center 2010). Spesso considerano superate le vecchie concezioni di destra o sinistra. Così come considerano l’attivismo politico della rete alla stregua di quello espletato in piazza (Cristofori 2013). Quando devono prendere una posizione, tendono a definirsi, perlopiù di sinistra, o liberali. Anche in mancanza di una reale auto-collocazione politica, il loro pensiero è perlopiù associabile a valori e disposizioni di carattere liberale. In particolar modo in merito alle tematiche dell’omosessualità, la famiglia e la divisione dei ruoli: “not only are Millennials more likely than other generations to say they are politically liberal, but they stand out as significantly more liberal than other generations in terms of social values. On an index composed of questions about family, homosexuality and gender roles, members of Generation X are somewhat more conservative than Millennials but are more similar to them on social values than are the […] older generations” (Pew Research Center 2010, p. 73).

 

Nonostante ciò, tendono ad essere sempre più isolazionisti, in quanto considerano svantaggiata la loro generazione e ostile lo scenario socio-economico. La loro riflessione può essere riassunta nella domanda “perché aiutare gli altri se non riusciamo nemmeno ad aiutare noi stessi?”

 

Appare dunque semplicistico definirli quieti o apatici; è forse più corretto qualificarli come scettici, disillusi, pragmatici, razionali. E tendenzialmente – perché no? – di sinistra, seppur secondo modelli e classificazioni da loro spesso disconosciuti.

 

Abilità tecnologiche, razionalità socio-politica e assenza di legami ideologici col passato fungono da premessa ad un terzo tratto riconducibile ai millennial: la loro disposizione prettamente presentista. L’indole, ovvero, a vivere la vita giorno per giorno: qui ed ora, tutto e subito, senza particolari visioni, progetti o preoccupazioni che tengano in considerazione il futuro. L’esistenza delle nuove generazioni, quindi, tende a non essere più progettata lungo una linea che va dal passato al futuro: le decisioni vengono prese al momento, sulla base di esigenze e desideri legati esclusivamente alla situazione e al contesto. Tale rappresentazione, da un lato è certamente riconducibile al carattere postmoderno del presentismo (Rosa 2003). Dall’altro, può essere correlata alla forte ambizione dei giovani, alla sicurezza che nutrono in se stessi e nelle proprie capacità, alla consapevolezza delle innumerevoli possibilità che la società ha aperto alla loro disposizione. Condizioni che li portano a rimandare l’inserimento occupazionale in vista del lavoro perfetto e che dia soddisfazioni. A delegare la stabilità affettiva e la progettualità a lungo termine, optando piuttosto per una perpetua sperimentazione. Al punto che il loro atteggiamento è stato definito – più che una razionale presa di coscienza delle dinamiche sociali postmoderna – un’esuberanza irrazionale, un eccesso di fiducia in se stessi al limite della psicosi collettiva (Twenge 2006).

 

Come sottolineano Laize & Pougnet (2007), di fatto, i millennial sono avidi di novità. Sia nella vita professionale che nel privato, gli esponenti di questa generazione rifuggono la routine, la noia e le restrizioni e cercano costantemente nuovi stimoli per dare una risposta alle loro capacità di adattamento. Programmano di cercare dei lavori che offrano loro l’opportunità di imparare e di crescere, senza alcun timore dell’incertezza legata al cambiamento. Anzi, come afferma Chaminade (2007), essi creano il cambiamento variando sia il brand sia il lavoro; prosperano nell’ambiguità e nell’incertezza. Hanno una concezione delle relazioni umane largamente influenzata dagli strumenti informatici e digitali. Il sociologo Andy Furlong (2013), ha descritto gli esponenti di questa generazione come ottimisti, impegnati, partecipativi, competitivi e fortemente inclini al gioco di squadra. Lo studioso David Burstein (2013, p. 3) ha definito il loro approccio al mutamento sociale come un pragmatico idealismo: “a deep desire to make the world a better place combined with an understanding that doing so requires building new institutions while working inside and outside existing institutions”.

 

Conclusioni: una diversa concezione di maturazione

 

Le tre qualità discusse in questa sede presuppongono necessariamente una diversa transizione all’età adulta dei giovani contemporanei. Spesso, tuttavia, sono state correlate ad un’inedita e diffusa incapacità maturativa.

 

La predisposizione presentista dei millennial, in particolare, è stata più volte associata ad una generalizzata inabilità di maturare e responsabilizzarsi. Il restare fino a tardi a casa dei genitori, l’optare per la convivenza piuttosto che per il matrimonio, l’esaltare il divertimento e il tempo libero, rifuggendo le responsabilità del lavoro e della famiglia sono tutte tendenze contemporanee spesso elette a modelli comportamentali di intere generazioni. I giovani odierni sembrano non avere alcuna intenzione di diventare adulti, proprio a causa delle loro particolari ambizioni, razionalità, abilità tecnologiche, nonché l’assenza di valori ed ideali tipici del passato. I ventenni e i trentenni contemporanei passano giornate a chattare o giocare davanti a un monitor, attendono anni un lavoro che sia per loro stimolante, vivono e consumano nell’immediato piuttosto che progettarsi un futuro, preferiscono rapporti occasionali piuttosto che relazioni affettive stabili.

 

I millennial sono dunque degli eterni immaturi? È una generazione destinata a vivere una giovinezza fasulla e costante e non raggiungere mai l’adultità?

 

Di fatto, i paradigmi legati alla transizione all’età adulta restano ad oggi fondati su indicatori classici e su un modello standard di maturazione (Bernardini 2012; 2013). L’ingresso nell’età adulta è tutt’oggi associato principalmente al superamento di determinate soglie: il disporre di un lavoro fisso, le relazioni stabili, l’indipendenza abitativa e la genitorialità. Indicatori sociali di maturazione ancora fissati nella struttura della valutazione e del riconoscimento sociale che divengono punti di riferimento essenziali per l’attribuzione dello status di adulto. E che, tuttavia, nell’attuale contesto postmoderno, perdono di significato per le giovani generazioni in transizione verso l’adultità. Sono indicatori classici che, pur permanendo ad un livello sociale, sono stati gradualmente posticipati, ridimensionati nel valore individuale attribuito, e sempre maggiormente relegati ad un piano ideale ed astratto. È stato lo stesso Mannheim (1928) ad affermare che è il contesto storico e sociale che determina i caratteri generazionali. Ed il contesto in cui i nuovi giovani si ritrovano a dover crescere e maturare è ben diverso da quello in cui si è andato sviluppando il concetto stesso di maturazione. È un contesto presentista, incerto e mutevole, in cui il lavoro e la famiglia diventano necessariamente due dimensioni flessibili, instabili, reversibili e correlate alla scelta individuale piuttosto che a obblighi sociali. Secondo modelli e meccanismi a loro poco comprensibili possiamo continuare a chiamarli bamboccioni; probabilmente, saranno loro ad insegnarci un nuovo paradigma di maturazione. Che terrà in considerazione proprio quelle componenti così distanti dagli adulti contemporanei: la digitalità, il pragmatismo e il presentismo.