EDITORIALE: Ritorno all’antico?

Quanto più la crisi avanza, tanto più la scuola, o per meglio dire l’istruzione in generale, torna a far parlare di sé. Difatti è ripreso il dibattito, quantunque si sia adesso in epoca Oltre-Gelmini, per fissare i paletti della formazione culturale, affidata alla scuola tutta ma anche all’università, non solo per facilitare la crescita, ma anche per offrire un orizzonte di serenità ai giovani alle prese con gli studi universitari. Si lamenta un analfabetismo di ritorno, i cui segni evidenti sono una insufficiente preparazione matematica, soprattutto gravi carenze linguistiche, dopo la denuncia di T. De Mauro, complice, a detta di qualcuno, di un trentennio di pedagogia soft. Innegabile è la caduta di uno stile che, nel passato, ci aveva contraddistinto per il rigore, l’efficacia, la puntualità delle osservazioni compositive ed espressive tanto che, oggi, con gli studenti anche i professori sono accusati di non saper leggere, perché ignorano le più comuni regole grammaticali e sintattiche così da dare ragione a chi giustificava la propria incapacità scritturale con l’affermazione che “chi non legge, scrive�?. Ed è parzialmente giusta questa lamentela: difatti siamo tutti figli del dipietrismo che si coniuga con il giustizialismo e l’antiberlusconismo, ma anche con la cancellazione di ogni regola sintattica e grammaticale. Tuttavia c’è una ragione che va recuperata ed una genesi che va spiegata per darsi conto di questa situazione. La genesi è da ricondurre alla priorità accordata, a partire dagli anni Settanta, alla socializzazione degli allievi a scapito del rigore e della fatica che essi avrebbero dovuto spendere nello studio più approfondito sotto la guida di docenti competenti e severi quanto basta. La ragione, infine, è da cogliere nei cambiamenti sociali e culturali che sono avvenuti così in fretta per via del multiculturalismo diffuso e dall’economicizzazione, ossia del prevalere dell’economia sulla conoscenza linguistica e letteraria, così che, oggi, è più utile conoscere lo spread ed il default che non l’uso del congiuntivo. Giusto? Sbagliato? Non c’è controprova. La moltiplicazione delle conoscenze e la loro diffusività, alimentate dalla ricerca scientifica in tutti i campi, la pervasività della tecnologia, la dilatazione e la conservazione della “memoria�?, l’ evoluzione dei costumi e del linguaggio e mille altri fattori di crescita hanno comportato una nuova mappa di finalità che si pone la formazione scolastica e universitaria. Anche il significato dell’apprendimento, parola che ha prodotto una rivoluzione copernicana sul finire degli anni Sessanta, soltanto che si faccia riferimento al Richmond, che lo introdusse in luogo dell’insegnamento, è mutato non solo per effetto delle grandi scuole comportamentista e gestaltista ma delle conoscenze sulla natura dei processi cerebrali così che brain imaging, neuroni mirror sono “condizioni�? che rendono effettiva la formazione umana e intellettuale. Un discorso, insomma, che non può essere archiviato con poche parole, ma che fa l’obbligo di studiare a fondo i contributi delle scienze dell’educazione per disegnare un modello di scuola che non cede al superficialismo quantunque non precipiti nel compiacimento di chi liquida don Milani come il responsabile della crisi della scuola d’oggi e l’ex ministro De Mauro come il sostenitore del tutto va bene “madama la marchesa�?. L’uno e l’altro, lo sa bene il neo-sottosegretario Marco Rossi-Doria, sono due pilastri fondamentali della pedagogia contemporanea, aperta opportunamente in modo da fruire del dettato delle scienze classiche, moderne e contemporanee dalla pedagogia, naturalmente, dalla storia dell’educazione, dalla sociologia, dalla psicologia, dalla filosofia e dalle neuroscienze. Incomprensibile e antistorico, per non dire anacronistico, così stando le cose, è un auspicato “ritorno all’antico�? come vorrebbe indulgere certo giornalismo di riserva. Le soluzioni adottate dalla Riforma Gelmini, a cominciare dalla scuola primaria, ci danno ragione.